Impietositosi però l'Emo ai casi di una popolazione tanto, per l'ostinatezza del capo, sofferente, volle generosamente fare al dey grave rappresentanza in una sua lettera, significandogli eziandio come la repubblica fosse disposta a dargli quelle dimostrazioni di affetto che in varie occasioni avea date al dey di lui genitore e predecessore, qualora si determinasse ad approfittare della clemenza del veneto senato. Commosso il dey alla generosa dichiarazione, fece sapere all'Emo che intavolato avrebbe proposizioni di pace, qualora avesse a trattare con lui solo, rimanendo con due soli legni, e licenziando il rimanente. Rispose il Veneziano che poteva bensì far ritirare la squadra, ma che delle condizioni della pace era del senato il decidere. A questo pertanto inviò per espresso le proposizioni del dey, e mandata la squadra parte a Trapani e parte a Corfù, passò egli a Malta, per attendervi le risposte di Venezia, concessa frattanto ai Tunisini una tregua di quaranta giorni.

Lasciò il senato al suo capitano la libertà di conchiuder la pace, escluso però qualunque esborso o patto di denaro, e fissato che per le gabelle i bastimenti veneziani non avessero a pagare se non il tre per cento come i Franzesi pagavano, e non il cinque dal dey imposto; che se a questi tali condizioni non aggradissero, rinnovasse Emo, il senato comandava, le ostilità al più tardi nell'anno nuovo. Fu allora mormorato che questa guerra, la quale durò sei anni ancora, avrebbe potuto, appena sorta, terminarsi col sagrifizio di qualche denaro per saziare l'avidità di quel principe africano, sacrifizio infinitamente minore a quello d'una guerra di mare sì dispendiosa e tanto lunga. E taluni ancora, sospettosi o maligni, vollero colpare della continuazione d'essa lo stesso Emo, che non poteva, dicevano, vedersi ozioso in patria, amava l'agitazione ed il movimento, e godea l'animo in comandare, padrone assoluto, una flotta sul mare. Meschini di loro! che non sapeano, o di sapere dispettavano, quanta mente, qual cuore in Angelo Emo fosse, e qual giudizio di lui era per dare la storia che i giudizii del volgo non imita. «Angelo Emo visse esemplare di costumi e di repubblicana temperanza. Che aspirasse a farsi il Pisistrato della sua patria altro indizio addurre non saprebbe la calunnia che quell'arte in lui somma di rendere idolatre di sè le genti commessegli, di far che i timori e le speranze tutte nel duce loro riponessero, ed in sè rivelato loro, quasi diremmo, presente, rimuneratore, all'unità ridotto venerassero l'aristocratico reggimento da cui gli uomini più ripugnano. Comunque sia, la caligine di congetture non offusca lo specchio della storia. Emo visse e morì terso di macchia; ma certamente palese e quasi vocazione fu in esso la brama di ringiovanire la vecchia patria: e di fatto, quella parte di cui sembra che prima uopo era ravvivare in città sedente sul mare, la naval possa, con tanta saldezza di vita rinnovò, che quando la patria omai più non era, opima spoglia la rinvenne e tutta vita per anche chi ad usurparla mandò quel guerriero che usando fin d'allora del diritto ferreo della fortuna e dell'armi, nel 1796, Venezia rimeritava dell'ospitalità dandole morte.» ( Castelli. )

MDCCLXXXVI

Anno di
Cristo
MDCCLXXXVI
. Indiz.
IV
.

Pio
VI papa 12.

Giuseppe
II imperadore 22.

Abbiam detto di quello che Leopoldo granduca di Toscana volea fare; ora è d'uopo toccare quello ch'ei fece. Questo principe, il quale, al dire d'uno storico esimio, non si potrà mai tanto lodare che non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità de' popoli una mente sana congiunta con un animo buono e tutto volto a gratificare all'umanità. Solone fece un governo popolare e torbido, Licurgo un governo popolare e ruvido, Romolo un governo soldatesco e conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce e pacifico, tanto più da lodarsi dell'aver concesso molto quanto più poteva serbar tutto.

Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate, incomode, improvvide, siccome quelle che in parte erano state fatte ai tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le quali tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche o nissune generali. Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze di affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare a posta de' ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli o insufficienti, un commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo pestilenziale, possessioni mal sicure, debito pubblico grave, dazii onerosissimi.

A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o superflui, o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle regalie, togliendo in tal modo qualunque prerogativa che sottraesse ai tribunali ordinarii quelle cause che percuotevano l'interesse della corona. Esentò i comuni dai fori privilegiati; li rendè liberi nel governo dei loro beni, diede loro facoltà non solamente di esaminare, ma ancora di giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze per modo che il corpo loro venne a formare nel granducato a certi determinati effetti una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a ciò, dei debiti verso l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a grande prosperità; crebbela ancor più il miglioramento del catasto.

Soppressi adunque i privilegii individui e i fori privilegiati, corpi e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena di morte, abolì la tortura, il crimenlese, la confisca dei beni, il giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale istanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa; restituirssersi i contumaci alla intregrità delle difese; del ritratto delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si formasse un deposito separato a beneficio di quegli innocenti che il necessario e libero corso della giustizia sottopone talvolta alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno che per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa maravigliosa, un fisco che dava invece di togliere; le pene stabili proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere un novello codice toscano all'auditor di ruota Vernaccini ed al consigliere Ciani, uomini l'uno e l'altro, i quali non solo volevano e sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare che la miglior legislazione che sia è quella dei tempi barbari.