Poi ci ho le macchiette serie, le macchiette amabili, atte a sostituire, occorrendo, gl'ideali, a rappresentare le prime parti.

Mi pesa di staccarmene, perchè la loro conversazione quieta e modesta mi riposa lo spirito e parecchie sono veramente amiche mie, persone care.

Queste le potrei cedere solo a qualche delicato artista, capace di rispettarle, di metterle in scena con lo stesso ambiente degno, buono in cui vivono la vita reale; capace di rappresentare con maggiore sentimento, finezza ed effetto ch'io non saprei, quel vero nè sublime, nè basso, nè patetico, nè ridicolo, che si trova tutti i giorni in tutti i luoghi.

Avrei dei paesaggi quasi finiti. Ahimè, non c'è abbondanza d'altro in Italia. Il sentimento della natura, da dieci anni in qua, ce l'hanno tutti; ed hanno una ricchezza di tavolozza ch'io non possederò mai. Non ho cobalto, si figuri; come farò a descrivere un cielo che adesso paia tollerabile?

Come saprò io mettere in un volume i colori che altri oggi sa mettere in un sonetto?

Lessi di recente dei prodigi d'analisi ottica, degli spettri solari in versi. Cosa vuole che faccia io senza neanche cobalto? Chiudere, chiudere e vendere i miei paesaggi a peso di carta.

Io sono solito tenere un fiore sul mio tavolino.

Se mai vi fosse nel mondo qualche semplice creatura di molto cuore e di poco spirito che avesse letto le cose mie con una tal quale benevolenza per esse e per me, le offrirei la bianca ultima rosa che muore sulle carte abbandonate. Ci siamo amati, la povera regina ed io. Ella era una mistica poesia, uno slancio idealista della terra amorosa, e mi diede la sua idea di bellezza, il suo arcano spirito di fragranza. Io le diedi un rispettoso culto, una dimora semplice dove nè voce nè pensiero mai poterono offendere la sua fiera purezza.

Avrei ancora, signor Direttore, un po' di vecchia fede, che m'ha servito, lo dico apertamente, a scrivere. Ma, se la vendo, come vivrò?

FINE.