Seguo il sogno, vo tra il verde, vo tra l'ombre, il vento, i rai.
Taccio e rido a la fontana, poi folleggio, corro e canto,
— M'ama un poco — ai fior susurro, grido al cielo — l'amo tanto!
— Presto è mio — racconto al sole, — sarai fuoco — mi risponde,
— Presto è mio — racconto al fiume — or sii pura! — sclaman l'onde.
Dico al vento: va ov'è luna, va ov'è gel con un addio,
Con l'odor de le mie chiome, col tepor del labbro mio.
UN'IDEA DI ERMES TORRANZA
I.
Il professor Farsatti di Padova, lo stesso ch'ebbe con M.r Nisard la famosa polemica sui fabulæque Manes di Orazio, soleva dire di Monte San Donà: «Cossa vorla? Poesia franzese!» Il solitario palazzo, il vecchio giardino dei San Donà gli erano poco meno antipatici di «monsiù Nisarde» sin dall'autunno del 1846, quando vi era stato invitato dai nobili padroni a mangiare i tordi, e fra questi gli si erano imbanditi degli stornelli. Dal viale d'entrata, con i suoi ippocastani tagliati a dado, al laberinto, ai giuochi d'acqua, alla lunga scalinata che sale il colle; dalla base all'attico pesante del palazzo, l'eccellente professore trovava tutto pretenzioso e meschino, artificioso e prosaico. «Cossa vorla? Poesia franzese!»