Indefinibile palpito, pieno di rimpianti e di aneliti, ricordo di un tempo felice trascorso, presentimento di un tempo felice venturo, anello sensibile di due mondi inaccessibili al senso.
L'Arte che obbedisce a questo divino appello non esercita un insegnamento morale esplicito e diretto che la diminuirebbe, solamente imprime all'anima umana un moto che seconda il moto volgente tutte le cose a uno stato superiore. Più che mai si conviene all'Arte nel nostro tempo di glorificare la gioia vera e intera, mentre i desiderii degli uomini volgono a un ideale di soddisfazione comune che appaga sì lo spirito in quanto un principio di giustizia nel riparto dei beni economici lo attrae, ma che soverchio potere per la felicità umana conferisce a ciò che l'uomo tocca un momento e subito abbandona. E mentre la scienza, mentre tutte le forze operose del Bene combattono con gloria i dolori sanabili della terra, più che mai si conviene all'Arte, che pure a questo bene soccorre, di allettare gli uomini alla contemplazione del dolore insanabile, fatale e fermo, perchè soltanto dalla piena coscienza di tutto il dolore può emergere un perfetto sperato ideale di gioia; e un perfetto sperato ideale di gioia, un intero sperato possesso del bene è già così gran parte della possibile felicità umana, è del Bene stesso artefice così potente!
XV.
Signori, io non ho inteso con queste ultime mie parole rivolgere agli artisti, inutile retore, precetti o consigli. È una divina legge dell'Arte che addito e proclamo, una legge superiore alle volontà umane, la riconoscano o non la riconoscano, poichè coloro che Iddio chiama all'Arte non sono liberi di escludere il dolore dal campo del lavoro artistico nè il pubblico è libero di passar noncurante o sdegnoso davanti all'opera che gli rammenta con efficacia di forme ciò che di più acerbo ha la condizione umana. Io vedo la legge che ho glorificata operare infallibilmente nell'avvenire, vedo andar diminuendo per opera della scienza e della civiltà le sofferenze umane sanabili, vedo le insanabili disegnarsi appunto per questo sempre più nettamente nel loro carattere di limite fatale della potenza nostra, di manifestazione d'una potenza superiore; e vedo l'Arte richiamar sempre più forte ad esse il pensiero dell'uomo. Vedo in lei e per lei levarsi inquieti dai beni che avran raggiunto nello spazio e nel tempo e tendere all'infinito immensi desiderî umani cui la scienza non appagherà mai, cui la Fede non avrà raccolti ancora, li vedo chiedere dolorosi all'Arte il ristoro di una forma di bellezza, e nel moltiplicarsi di tale bellezza io credente vedo moltiplicarsi realmente i contatti del desiderio umano con l'infinito, vedo quello più e più nel contatto accendersi, questo più e più concedersi clemente, e così predisposta la ultima gioia del loro congiungimento, mi si rivela intera nel suo sublime disegno la elaborazione del dolore nell'Arte dalle oscure fonti di lei sino alla foce tutta riverberante gl'imminenti splendori del regno di Dio.