«Mi chiesi e mi consentii di lasciarle in ricordo il Leopardi. Lo troverà nella sala di lettura. Il mio ricordo di questi giorni sarà, oltre a' Suoi versi, di non avere e di non leggere più quel libro come Lei ha desiderato. Veramente io ho una grande simpatia con la tristezza di Leopardi, perchè ha lo stesso colore della mia, non perchè abbia la stessa sostanza. Sono più credente di lui in quello ch'è fuori del nostro mondo e meno credente di lui in ciò ch'è umano, in me stessa.
«Scriva, combatta per quanto Le pare buono e vero. La voce a Lei cara non sarà con quelle della fama, con le dolcezze terrene che bisogna deporre, pregando e digiunando, nel deserto, prima di battere all'uscio arcano. Vorrei ch'Ella potesse trovare la mia voce dentro la casa del Diletto.
«VIOLET YVES.»
Passai tutto quel giorno sulle alture del Pian d'Orano ascoltando il vento, come uno stupido, e guardando le nuvole. Non pranzai a table d'hôte perchè, malgrado me stesso, gli occhi mi si empivano di lagrime ogni momento. Risolsi di procacciarmi nell'albergo ogni notizia possibile di miss Yves e poi di partire. Non per seguirla! Sentivo che non lo potevo, che non lo dovevo.
Alla sera, affacciandomi alla porta dove avevo udita la prima volta la sua voce, sentii il noto profumo di rose. Dovetti ritrarmi, con tanto impeto venivano i ricordi di quel momento felice e dell'ultima passeggiata. Mrs. B. s'avvide di me e mi domandò colla sua vocina petulante perchè fuggissi.
Mi parlò di Violet. Lì faceva scuro, per fortuna; ella non poteva vedermi in viso. Mi fece grandi elogi di miss Yves che chiamava sua amica, e si burlò di me, che l'avevo creduta maritata. L'anello pareva nuziale, ma non era del tutto liscio. Ella era solamente fidanzata e non pareva affatto innamorata del suo fidanzato; suo padre era inglese, sua madre italiana; ella stessa era nata in Italia. Aveva perduti i genitori nell'infanzia e ora viveva con tre zii paterni, stabiliti in Baviera, a Norimberga, per ragioni di commercio.
Questo era il capo della famiglia e viaggiava per salute. Avrebbero passato il resto dell'estate e l'autunno sui laghi, l'inverno a Roma o a Napoli, il matrimonio non potendo aver luogo, per certe ragioni ignorate da Mrs. B., prima di un anno. Una visita del fidanzato era attesa per la metà di agosto. La leggera imperfezione fisica di lei l'aveva colpita nella fanciullezza, in seguito ad una febbre violenta. Più di così la B. non mi seppe dire; nè come si chiamasse il fidanzato, nè se miss Yves avesse altre affezioni. Era però già molto per me di sapere dove abitava, benchè l'appellativo di «piccola città» non mi paresse convenire a Norimberga; ed era molto, sopratutto, di sapere che sarebbe rimasta libera per un anno ancora.
La sera stessa scrissi a quella tale signora che le sue raccomandazioni erano savie e giuste; che le chiedevo perdono di averle meritate; che per un grande mutamento avvenuto in me avevo preso la risoluzione di non venire a Ginevra; che di questo mutamento io non avevo merito alcuno, ma che confidavo essere per la nostra pace, per il nostro bene comune. Soggiunsi che sarei partito da Lanzo per un viaggio, e che, non sapendo ancor bene dove andrei, non potevo fornirle indirizzo alcuno.
Il mattino dopo mi recai a S. Nazaro per dire addio al prato, all'acqua cadente e alla chiesetta longobarda disegnata da lei; andai pure a salutare il vecchio castagno al cui piede ci eravamo seduti. Finalmente dissi addio al mio scoglio, e partii. Mi ricordo che durante il viaggio tenni sempre il Leopardi tra mano, che una volta, aprendolo, vi lessi:
Perì l'inganno estremo,
Or poserai per sempre
Stanco, mio cor…