—Lei mi piace molto, signor poeta—diss'egli ex abrupto.—Cosa diavolo è venuto a fare ad Eichstätt?—Come?—soggiunse, vedendomi esitare.—Lei non domanderebbe questo ad un amico?—Credo—risposi—che Le dirò perchè sono venuto ad Eichstätt, ma non adesso.

Il dottor Topler si piantò, come un quadrupede curioso, su i due piedi, la canna e l'ombrello, torcendo in su il viso a guardarmi senza dir nulla; e riprese la via.

Egli alloggiava con suo fratello, presso al monumento del vescovo S. Villibaldo. Volle che salissi—Mio fratello sarà a casa Treuberg—diss'egli.—Aspettava me pure a prendere il thè, ma non ci vado. Non posso sopportare nè il thè nè il padrone di casa. Ho capito stamattina che Lei ama molto la musica e voglio farle sentire della musica italiana.

Non potrò mai dimenticare la figura del vecchietto curvo che portava il suo lungo naso a destra e a sinistra sopra la tastiera, dietro al moto composto e agile delle mani. Quelle dita scarne, aggrappate come uncini ai tasti, si discorrevan sotto, non parendo quasi muoversi, una musica quieta, legatissima, serena con qualche punta di affetto e di scherzo.

Ogni tanto esclamavo—bello!—ed egli rideva muto, suonando; poi diceva suonando sempre—Sa di chi è? Sa di chi è?—Gli nominavo qualche nostro maestro antico. Rideva, suonava e non rispondeva.

Toplerus—mi disse quand'ebbe finito il pezzo.—Toplerus senior, organista di villaggio.

Credo di avere interamente conquistato il suo cuore quella sera. La sua musica, così bella, non era originale; non riesce difficile a un compositore d'ingegno che abbia dimestichezza con le opere dei nostri primi classici scrivere in quello stile per modo da ingannar un dilettante; ma io, preso così alla sprovveduta, ne rimasi stupefatto. Topler ne era felice e mi fece udire non so quante suonate e toccate. L'ultimo pezzo fu uno scherzo capriccioso intitolato Nonnenschlacht—Battaglia di monache—che Topler mi commentò suonando. Faceva oramai buio. Quando tacquero le ultime note gravi del pezzo che figuravano i rimbrotti rauchi della vecchia badessa e che Topler accompagnava con certi sordi abbaiamenti orribili, osai pregarlo di chiarirmi un dubbio, di dirmi se fosse sacerdote.

—No—rispose molto gravemente—ho voluto diventarlo un giorno e non ne fui degno.

Più di così non mi disse e più di così non potei saper mai, neppure in seguito.

Egli fece portare un lume e il caffè; immaginando di offrirmi uno squisito regalo. Il caffè, per verità, era detestabile, ma non mi pareva vero di legarmi sempre più con Topler, il quale mi confessò alla sua volta ch'era felice di conversare con un italiano.—Con Lei mi accordo—diss'egli—più che con parecchi dei miei compatriotti.