«5 luglio.

«È l'alba e io scrivo presso la finestra aperta, per aver luce. Non ho potuto dormire, ma ho riposato e l'aria così pura e fresca mi ristora, mi dà una gioia tranquilla.

«Il caso e le condizioni della mia esistenza, alquanto vagabonda, mi hanno fatto conoscere molte persone e molti atti di queste persone che sono ignoti alla maggior parte della gente fra la quale vivono. Ho udito il mondo esaltarle o deprimerle con giudizi di errore e poche cose che mi hanno fatto altrettanto sdegno, altrettanta amarezza. Avevo forse appena tredici anni quando questi stupidi giudizi umani incominciarono a farmi soffrire. La mia adolescenza fu assai fantastica e ambiziosa. A sedici anni sognavo la gloria come un ragazzo, credevo poter diventare un grande scrittore e m'inebbriava l'idea di far giustizia colla penna senza rispetti umani. Forse, col carattere focoso e altiero che avevo allora, pensavo più a castigar degl'ipocriti che a premiare la virtù sconosciuta. Le mie illusioni, la mia folle ambizione caddero presto e di quell'ideale non è rimasta in me che un'alta, inaccessibile immagine; ma ho sempre pensato che invece di porre in scena caratteri non mai esistiti o fatti di rappezzi, il poeta dovrebbe portare intere ne' suoi libri le persone che ha conosciute nel mondo, rappresentandole secondo verità e giustizia, in modo che possa servire di premio o di pena. Io so che non dobbiamo giudicare i nostri fratelli e che nè la perfetta scienza, nè i definitivi premi e le pene del cuore umano sono in nostro potere; ma sento con tutta l'anima che il poeta è chiamato a prendere sulla terra, per ombra e figura, questa parte divina, a esercitarla, non per uno sfogo di passione come avrei fatto io qualche volta, ma col solo intendimento del bene, per correzione ed esempio, e con le prudenti cautele che ha o dovrebbe avere chi pronuncia in chiesa la parola di Dio, quando apre le anime e vi mostra il peccato.

«Caro, ti faccio io sorridere? Credo veramente che sorridi, mi accarezzi e mi baci, molto come il tuo amore che sono e un poco pure come una bambina che ti sembro in questo momento. Perchè io La credo capace, sarcastico signore, di questa cosa mostruosa: ridersi di me. Ciò ch'ella del resto non potrà, un giorno, fare impunemente, perchè se io Le ho già morso un dito, piano piano, per amore, saprò mordere anche per vendetta, e forte! Ma no, è vero, non tocca a me dirti qual è la tua via; a me tocca solo seguirti, seguirti sempre, al tuo fianco quando la via è piana, nelle tue braccia quando è difficile. Spero che sarà molto difficile, sai?

«Ecco una lunga lettera e non vi è ancora ciò che mi fu cagione di scriverla. È una cosa contro il mio cuore, ma secondo la mia mente e la mia coscienza. Non ho mica presa sul serio la tua proposta di Geisenheim; ma sai perchè non vorrei vivere a Geisenheim nè in qualsiasi altra solitudine? Perchè occuperei troppo tutta la tua vita! Per me sarebbe il paradiso, ma non dev'essere, non lo voglio. Voglio essere una nuova fiamma in te per le opere del bene e dell'arte, e ritroverò me in tutto che penserai, in tutto che farai, quantunque in apparenza estraneo e in fatto superiore a me. Voglio però anche essere la tua vanità; io sola, che sono parte di te, una parte inferiore, io sola voglio essere la tua vanità. Se tu ti sforzi di non curar le lodi dei giornali e della folla, ti abbandonerai, invece, senti come sono orgogliosa!, alla dolcezza di esser lodato da me, che non so ancora lodare, che invidio, per questo, le donne italiane, ma che cercherò d'apprendere, e se non saprò scioglier la mia lingua legata, ti parlerò colle mie carezze!

«Solamente, se ci saranno ne' tuoi scritti eleganze classiche, bellezze puramente italiane, temo che non le saprò intendere. Me le insegnerai tu, caro. Quante cose mi devi insegnare! Quando penso come sono ignorante di tante cose che ogni scolaretta sa, mi copro il viso. Ti piace ch'io mi copra il viso?»

XXXVIII.

Rientravamo in giardino dal passeggio.

—Perchè mi ami?—diss'ella.—Ancora per il sogno?

—No no—risposi ridendo.—Per i sogni… La prego di dire per i sogni, signorina… capisco adesso che non L'ho amata mai.