«Più che altro ci sta a cuore di riconciliare alle idee di civiltà e di progresso i molti che finora le guardarono con isgomento. Noi vogliamo persuadere gli onesti di tutte le classi che libertà è ordine assoluto, che rivoluzione non è sinonimo di anarchia e di ghigliottina. La nostra moderazione ha già risolto molte esitanze, conquistato molte simpatie. Procediamo a questo intento! È a sperarsi che il nostro metodo riesca completamente. È a sperarsi che i pertinaci fautori del passato, i più accaniti nemici delle nostre idee, gli stessi clericali, si accostino un giorno al banchetto delle nazionalità redente, e vengano con noi a celebrare la Pasqua di riconciliazione. Non è vero, signor curato revendissimo?»
CAPITOLO IV.
Non possumus!
La inattesa perorazione del sindaco produsse un effetto galvanico sul curato, il quale nella sua canonica riservatezza, avrebbe voluto astenersi da quella vivace polemica. Tacere, dopo una interpellanza così diretta, era lo stesso che approvare o dichiararsi convinto. E quale scandalo per le tribune dei villani! quale sconfitta per il principio!
Tutti gli occhi erano fissi in lui. Il signore col suo sguardo severo pareva esigere una spiegazione.
Il curato si levò in piedi, e volgendosi all'uditorio con un gesto da dominus vobiscum, replicò a tutta voce due parole latine, il motto inesorabile, nel quale si riassume tutto il programma religioso e politico della setta clericale:
«Non possumus!
«Non possiamo! non possiamo! proseguì a tutta voce l'onorevole interpellato, traducendo il suo testo per adattarsi alla intelligenza delle tribune idiote.
«Il papa e i prelati della sacra venerabile curia romana, i grandi dottori della Chiesa vi manderebbero a spasso con questo semplice motto, che è il corollario di un coscienzioso e meditato sistema. Ma io non sono prelato, nè dottore della chiesa; io sono un povero curato, l'ultimo fra gli ultimi nella gerarchia ecclesiastica; e voi potreste supporre che io ripeta da papagallo il testo consacrato dalla Curia senza aver studiata la questione.
«Voi vi ingannereste, o signori. Io sono pienamente convinto del mio non possumus, più che voi non lo siate delle vostre utopie liberali, umanitarie. Io le ho studiate le vostre utopie, le ho discusse—ho fatto di più—mi sono provato ad applicarle mentalmente alla vita pratica, e sono riuscito a concludere che tutte le vostre riforme, le vostre innovazioni, ciò che voi chiamate civiltà, libertà, progresso, non sono che larve ingannevoli, assunte dallo spirito malefico per insinuarsi nel mondo a moltiplicarvi la miseria e la corruzione.