—Pel corso di cinque anni ho diviso tutte le angosce dell'uomo che ci sta dinanzi: la sua anima si è completamente rivelata alla mia e voi la vedrete riflessa in quelle carte…
—Voi fortunati!—esclamò il Virey con un sorriso di sdegnosa ironia—voi che avete il privilegio di scorgere l'anima attraverso le molecole organiche dalle quali risulta la vitalità… La scienza di noi profani non giunge a tanto. Vedete voi la vostra anima, fratello Levita?
—Non la vedo, ma la sento—rispose fratello Consolatore con umile voce.
—E siete proprio persuaso che il battito delle arterie, il respiro dei polmoni, la facoltà di pensare e di agire dipendano da una potenza misteriosa che non ha da fare colla materia?
—Il giorno in cui in me cessasse una tale convinzione, arrossirei di esser uomo e invocherei di morire.
—Mentre io mi occuperò a leggere queste note biografiche—disse il Virey allontanandosi—voi potrete, o fratello, esercitare le vostre pratiche salutari sull'anima dell'infermo. Più tardi, se i vostri rimedi non avranno giovato, io mi permetterò di tentare qualche prova sulla massa corporea. Vi prometto che il vostro metodo di cura non ne rimarrà pregiudicato.
Così parlando, il Virey si ritirò nel vicino gabinetto. Fratello Consolatore cadde in ginocchio presso il letto dell'infermo mormorando una preghiera.
Trascorsa un'ora, il Primate di medicina rientrò nella stanza.
Ai due praticanti magnetisti che lo accompagnavano si era aggiunto un numeroso drappello di giovani studenti, intervenuti spontaneamente al consulto per erudirsi nella dotta e faconda parola dell'illustre scienziato. Il Virey da più mesi non era venuto a Milano; tutti si attendevano che al letto degli infermi egli avrebbe solennemente proclamate e spiegate le sue grandi teorie innovatrici.
L'aspettativa non fu delusa.