«Vi è qui alcuno che possegga un ritratto della donna che questo infelice ha creduto di amare?…»
Fratello Consolatore si levò in piedi, levò dal portafoglio una fotografia e la porse al primato.
—Sta bene!… Conducetemi tosto ad una casa di Immolate… Là troveremo l'individuo simpatico che ci abbisogna.
E volgendosi ai giovani studenti che in silenzio lo avevano ascoltato:
—Spero—disse—che mi avete compreso. L'estirpazione del chiodo fantastico allora si effettuerà spontaneamente, quando si ottenga che quest'uomo abbia a credere in un'altra forma di donna… Se a tanto può giungere il talento e la volontà di una Immolata, è indubitabile che lo sviluppo istantaneo della febbre ricondurrà l'equilibrio nelle forze mentali, e allora il cervello potrà gridare a' suoi satelliti: sorgete e obbeditemi!»
Ciò detto, il Virey riconsegnò a fratello Consolatore la fotografia dell'Albani, dopo averne spiccato uno dei tanti ritratti fotografici che vi erano intercalati.
—Levita!—riprese il Primate nell'atto di congedarsi—voi perdonerete alla vivacità di alcune mie espressioni che per avventura possono aver irritate le vostre suscettibilità—la scienza medica non fu mai troppo scrupolosa nella pratica del galateo.—Dopo tutto, se i nostri principii e le nostre credenze si avversano, ciò non impedisce che noi ci chiamiamo fratelli.
—Fratelli!—ripetè il Levita stringendo al cuore la mano che aveva cercato la sua—è pur consolante l'udir profferire questa parola da un uomo che nega l'amore e non crede all'esistenza dell'anima…
Il Virey, irritabile come tutti gli scienziati, stava per riprendere la sua polemica, ma un sospiro affannoso del malato gli ricordò che i minuti erano contati.
Egli volse al Levita un'ultima occhiata piena di ironia e uscì dalla stanza seguito dagli alunni.