Trascorsi pochi minuti, egli ritrasse la mano dalla fronte, e volgendosi ai tre antagonisti in sembiante più calmo:

«Grazie! mille grazie a voi tutti!—esclamò—se la vostra polemica, non mi ha dato l'ultimo verbo della idea, ha però versato molta luce sul caos. Io sento che le acque si separano dalla terra, che l'aria ed il fuoco prendono il loro posto. Fra poco raccoglierò i miei pensieri per ordinarli sotto questo raggio di luce, e forse domani potrò gridare eureka!»

Ciò detto, il signore fece un gesto di congedo, al quale tutti obbedirono. Il medico e i domestici, che parevano esitare, dovettero uscire dalla sala fulminati da un'occhiata inesorabile.

Poichè tutti furono usciti, il signore sedette, appoggiò i gomiti alla tavola, e, raccolta la testa fra le mani, si fece a passare in rassegna le proprie idee, adunandole per ordinarle o respingerle, come farebbe un generale con un esercito di sconfitti.

«—Ragione? forse che tutti non hanno ragione?… e non sarebbe più logico il dire che tutti hanno torto?… Il triangolo è necessario, perfetto. Ciascun lato presenta la medesima superficie. Leggete per diritto, leggete per rovescio, capovolgete—le cifre non si mutano, la figura non si scompone—Abrakadabra!—Perchè adunque tanto strepito di polemiche?… Acquietamoci una volta! Conveniamo che il moto non viene da noi, che l'uomo è uno strumento, un meccanismo subordinato all'intelligenza mondiale. La regola è stabilita, nè può mutarsi. Tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che tentiamo è perfettamente logico, perchè necessario. Ciò che si chiama errore, contraddizione, inganno, è una necessità sapientissima nell'ordine, nell'armonia universale.

«Perchè si dice progresso?… Moto è la parola. Se l'umanità progredisse nel meglio; quanto sarebbero da compiangere i nostri antenati, che vissero seimila anni prima di noi! Pure anch'essi lavoravano per la medesima illusione… e si affannavano in questo moto d'idee e di tentativi che non dà requie allo spirito umano.—Seimila anni di corsa; e dove siamo arrivati?…—Al punto di partenza. Valeva la pena di mettersi in cammino?…

«Eppure, tutti i giorni si parte, e si corre… Non vi è dunque una meta?… Il farmacista, nel limite delle sue idee politiche, vi dirà che la sua meta è la repubblica universale. Il sindaco non vuol andare così lontano—egli si arresterebbe alla unificazione completa dell'Italia, con un voto di simpatia per le nazionalità oppresse. Tutto ciò può avverarsi. Ma quando il sindaco e il farmacista saranno arrivati?… Da capo, signori! L'umanità non può arrestarsi—bisogna riprendere la corsa, lasciarsi rimorchiare… o farsi stritolare, che è peggio!

«Chi rallenta, chi si fa rimorchiare è moderato—chi si ferma e pretende arrestare, è reazionario.—Convenzioni! Moda!—Quest'ultima parola mi chiarisce l'idea.

«La moda è prepotente; o tosto o tardi, tutti dobbiamo uniformarci al figurino dell'epoca. Gli ultimi che adottarono la coda, appendice delle teste rivoluzionarie di un'epoca liberalissima, furono gli ultimi a tagliarsela. Per averla portata fuori di tempo, il mondo li chiamò reazionarii, e il codinismo passò in proverbio.

«I primi che mettono fuori il figurino di una idea, son chiamati liberali. La moda viene accettata, si propaga, si allarga—a lungo andare, tutti debbono svestire l'abito vecchio, per adottare la nuova foggia. Ma dopo alcuni anni comparisce un altro figurino, un figurino che alla sua volta si chiama progresso, civiltà, democrazia, socialismo, ciò che meglio vi piace. Gli iniziatori della moda precedente, i liberali di un'altra epoca, vorrebbero resistere e persistere. Essi gridano il non possumus del curato, e in rapporto ai nuovi tempi divengono reazionarii.