Povera fanciulla!—Aspettare, desiderare, morire…! tale la legge infame degli uomini antichi, de' tuoi oppressori brutali. Per sottrarti a quella legge, a te non si apriva che una via, una via disperata, tremenda—gettarti nell'abisso delle colpe, annegarti nel materialismo e nell'onta.
Tu non potevi esprimere al giovane amato le forti concitazioni de' tuoi sensi. La tua giovinezza si consumava in disperati desiderii.
Venivano cinque… venivano venti… ma egli non veniva!… Che fare?… Morire senza amore, o prostituirti al libertinaggio o, peggio ancora, immolarti in connubii legittimi e nefandi.
Oggi, colle tue note più vergini, tu canti l'amore alla gran luce del sole. Nessuno ti terrà disonorata!
Le scienze e le arti hanno cessato di respingerti. Al contrario, esse ti invocano. Le infermità reclamano la tua mano leggera ed amorosa, i tuoi farmachi ispirati. Il dolore domanda i tuoi sorrisi, i tuoi pianti. La colpa aspetta l'assoluzione della sacerdotessa immolata!
Due vie ti schiude la bellezza, non avventurose del pari, ma ugualmente onorevoli e benefiche.—L'uomo o l'umanità, l'amore o il sacrifizio.
Quale sarà la tua scelta?…
A tale domanda io mi sento invadere da un dubbio affannoso…
Via! rispondiamo una volta a tutte queste ansie, a queste perplessità dello spirito!
Lo scenario è compiuto—le tinte locali son date—la ribalta è abbastanza illuminata—il coro ha recitato il suo prologo.