—Che il diavolo vi porti!—brontola Rousseau, levandosi impetuosamente dal sedile. E salutando con aria dispettosa il collega scienziato:—amico—gli dice—io non posso reggere a questi orribili spettacoli della umana follia. Le tue pillole di midollo affrettano di due secoli il suicidio totale dell'umanità.

—Il tempo farà ragione delle nostre differenze—rispose l'altro scienziato, il quale era appunto l'illustre Raspail III, inventore dell'alimento omeopatico.—Ma i tuoi sofismi non possono distruggere nel mio cuore la compiacenza che io provo in questo momento!

In meno di un quarto d'ora, i ragazzi aveano infatti esaurita la loro provvisione di pillole; e buona parte dei forestieri, confortato lo stomaco dai sughi efficaci, erano usciti dal Caffè, ciascuno col suo rotolo di guttaperca sotto braccio, che doveva trasformarsi in camera o in palazzo ammobigliato.

CAPITOLO VII.

L'uomo alato di Fourrier.

Mentre Rousseau usciva dall'emiciclo, entravano dalla porta Orientale tre nuovi personaggi, i quali dopo breve ricambio di saluti, sedettero presso Raspail. Erano tre primati del dipartimento francese: Virey, Michelet e Fourrier, celebri innovatori o piuttosto trasformatori della scienza zoologica.

Michelet era seguito da due magnifiche tigri, sommesse e docili come cani di Terranuova. Le due fiere dell'africano deserto, ammansate da quella forza simpatico-magnetica che Dio ha dato all'uomo quando lo istituì signore del creato, si sdraiarono sul pavimento facendo sgabello del dorso ai piedi del potente domatore. Alla vista delle ammirabili belve, quanti sedevano nell'emiciclo si alzarono mandando un grido di sorpresa. Da oltre dieci anni, i leoni, le iene, gli orsi ed altri animali, che ai tempi andati si chiamavano feroci, soggiogati dal magnetismo e raddolciti dalla educazione, viveano famigliarmente coll'uomo. La sola tigre avea resistito alla potenza dell'elettrico animale, sfidando il coraggio e l'imperiosa volontà dei più temerari. Immaginate la meraviglia dei circostanti in vedere lo scienziato distendere sbadatamente le gambe sui cuscini della pelle contratta, e solleticare colla punta dello stivaletto gli irti mustacchi della belva!

Se non che, a scemare l'impressione terribile di quella scena, un altro fatto meno sorprendente, perchè constatato da altre esperienze, ma sempre interessante e giocondo, distrasse l'attenzione dei curiosi. Un centinaio di augelletti d'ogni specie e d'ogni colore aveano invasa la sala, e svolazzavano dai capitelli alle cornici, dai ventilatori ai lampadari, cinguettando festosamente. Fourrier levò lo sguardo, e sorrise coll'espressione di chi risponde ad un cortese saluto con animo profondamente addolorato. Poi trasse dalla bisaccia una elegante scatoletta ripiena di semi odorosi—e gli augelletti a discendere tosto, beccare il loro granello, e di nuovo sparpagliarsi nelle regioni più elevate.

Sulla fronte dello scienziato era una nube di tristezza. Raspail se ne avvide, gli stese la mano, e coll'affetto dello sguardo gli chiese il segreto de' suoi dolori.

—Il mio dolore non è più un segreto pei miei compagni di viaggio—prese a dire Fourrier coll'accento della più viva commozione, e accennava a Virey e a Michelet.—Pure io ripeterò la confessione, perocchè la mia anima ha bisogno di rivelarsi.