Alla Villa Paradiso.
Erano venute in lieta comitiva a visitare quel piccolo Eden, quel meraviglioso, elegantissimo palazzo, fabbricato da uno dei più celebri architetti di amore.
Un palazzo, che, a vederlo da lontano, pareva un tempio di alabastro galleggiante sulle onde o sospeso in una nuvola di fiori.
Erano venute in sull'ora del tramonto, Fidelia, Speranza, Viola, Luce ed altre sorelle del circolo delle vergini, tutte legate di tenera amicizia alla figlia del Gran proposto…
Si erano slanciate nei viali come uno stormo di cigni—si erano perdute in quel vasto labirinto di alberi e di colonne, dopo aver fissato, per punto di ritrovo, la sala terrena del palazzo.
L'Albani aveva comperata e fatta riabbellire la Villa Paradiso per quivi ritirarsi colla eletta del suo cuore a gioire, fra gli incanti della natura e dell'arte, i primi tripudii di un amore ricambiato. Ed ora l'appassionata Fidelia veniva a pregustare le gioie benedette, a inebbriarsi nei sogni prediletti dell'avvenire.
Era una piccola festa di fanciulle. Le amiche della fidanzata, giusta il costume dell'epoca, avevano portato il loro dono di nozze. Quei doni misteriosi, di cui ciascuna guardava scrupolosamente il segreto, dovevano riuscire altrettante sorprese alla giovane sposa, il giorno in cui ella avrebbe passeggiato per la prima volta a braccio del consorte negli intimi viali del giardino.
E noi rispetteremo il segreto di quelle fantastiche fanciulle; noi ci guarderemo dall'esplorare col nostro occhio profano gl'ingegnosi stratagemmi dell'amicizia, i gentili trovati di quelle anime vergini di donna.
Fidelia non aveva voluto staccarsi dalla sua sorella di amore. Ella appoggiava il braccio a quello di Speranza, e senza divagare dal grande viale che metteva al palazzo, camminava a passo lento in quella direzione, e parlava all'amica con angelico abbandono:
—Dieci giorni ancora!… sai che sono lunghi… dieci giorni!