Il marchese, uomo dabbene, indovinando dal calore della mia eloquenza la siccità del mio portamonete, stese immediamente una lettera per raccomandarmi al Commissario preposto alla guardia dei confini.

—Presentatevi con questo foglio al Commissario, e forse, stante la mia raccomandazione e la singolarità del caso, vi si accorderà l'ingresso negli Stati di Sua Maestà umanissima.

All'indomani, il Marcuccio, figlio dell'oste, mi condusse colla sua vettura verso il confine; ma, a cento passi da S. Benedetto, le guardie napoletane, avvicinatesi agli sportelli, m'intimarono d'arrestarmi.

—Vorrei parlare al signor Commissario superiore. Debbo consegnargli una lettera del signor marchese Laureati suo ottimo amico e protettore...

Le guardie mi accompagnarono fino alla stazione del Commissario, a cui mi presentai con quell'aria di sommissione e di rispetto, che noi tutti, figliuoli della natura, sappiamo assumere innanzi agli arbitri dei nostri destini.

—No, non è possibile! disse il Commissario crollando la testa; gli ordini del Re sono precisi: nessuno ha da passare.

Il linguaggio del Commissario era talmente spiccio e risoluto, che io non trovai parole a rispondergli. Feci un inchino, e tornai alla carrozza coll'animo esacerbato. Nelle mie tasche non rimaneva che un solo francescone... con poca salsa di mezzi paoli e di baiocchi, tanto da vivere un giorno.—Pensa, o lettore, s'io mi trovassi in male acque.—Ma Iddio tempera il vento in favore dell'agnello tosato e del viaggiatore in bolletta.

Perchè tutti comprendano quanto la mia situazione fosse grave, e quanto difficile l'uscirne con decoro, converrà che io rammenti alcune circostanze storiche di quei tempi[1].

Roma assediata da soldati francesi, napoletani e spagnuoli, faceva disperati sforzi di resistenza. Il popolo fiorentino dopo aver ondeggiato quattro mesi fra le lotte dei vari partiti politici, avea ceduto alle violenze della reazione, richiamando il principe spodestato; Bologna ed Ancona erano invase dagli Austriaci; il partito liberale, dilaniato su tutti i punti d'Italia, concentravasi in Roma a farvi le ultime prove di eroismo. Era imminente la battaglia di Velletri.

Chi non abbia in quell'epoca percorse le Romagne e le Marche, mal potrebbe immaginare il disordine di quelle provincie. L'esercito austriaco muoveva da Toscana verso Ancona per quello stesso stradale che pochi giorni innanzi io aveva percorso. Da Bologna uscivano a stormi i buoni patrioti per accorrere alla capitale; carabinieri, guardie di finanza, giovinotti d'ogni casta e d'ogni condizione, attraversavano tumultuanti le città, le borgate, i villaggi.