La grande invenzione degli zolfanelli fulminanti data dal 1834. Un mazzetto di quegli zolfini greggi, che in oggi si vendono a un soldo la dozzina, in sulle prime costava dodici soldi. Per più mesi si vendettero al prezzo di soldi sei, quindi scesero gradatamente fino al carantano. Molti vecchi inorridivano di quel trovato; per un momento si ebbe a temere, che in seguito ai tanti reclami, alle tante proteste della popolazione antiquata, lo zolfanello venisse proscritto dalle leggi. Gli istinti del pipistrello e del gufo son propri della maggioranza, e questa fece sempre una brutta smorfia ad ogni sprazzo di luce. L'inventore dello zolfino fulminante non lasciò traccie del suo nome, e così al Prometeo del secolo nostro mancò l'apoteosi dei carmi e dei quadri coreografici.
L'arcivescovo Gaisruck e il conte Mellerio si detestavano, fautore quest'ultimo delle fraterie, l'altro nemico e oppositore pertinace. I liceisti e i forestieri delle provincie assistevano, in piazza del Duomo, al concerto quotidiano della banda che suonava sotto il palazzo del vicerè. Vaccai, l'autore della Giulietta e Romeo e d'altre opere teatrali, presiedeva alla direzione del Conservatorio. Donizetti era maestro di Corte a Vienna, e scriveva, per quel teatro italiano, la Linda e la Maria di Rohan. Ogni anno egli tornava alla Bergamo nativa per abbracciare il suo vecchio maestro Simone Mayr, il quale, cieco d'occhi e affranto dagli anni, si era esclusivamente dedicato alle composizioni di chiesa.—Ignazio Marini, il celebre basso, veniva per sempre rinviato dal teatro dell'opera di Vienna, per avere, ad una rappresentazione di gala a cui assisteva l'imperatore, emessa una nota troppo profonda che nessuno potè illudersi gli fosse uscita dal petto.—A quell'epoca, gli artisti si prendevano delle strane licenze, e il governo, purchè non si trattasse di licenze politiche, si mostrava tollerantissimo.
Temistocle Solera, viaggiando col basso Marini da Milano a Stradella in legno di posta, involto nella zimarra teatrale di Faliero, trinciava benedizioni a quanti villani si trovavano sul di lui passaggio, e questi a inginocchiarsi e fare il segno della croce.
L'autore di questo frammento storico, partito da Codogno dopo una rappresentazione dell'Attila, con indosso l'armatura e le maglie di Ezio romano, in tale abbigliamento scendeva all'albergo dell'Ancora, e quivi prendeva alloggio.—Un giovane scapato e di mano pronta applicava due schiaffi sonori alla moglie d'un celebre impresario nell'atrio del più vasto teatro. Un tale avvenimento fece parlare il mondo milanese per dieci anni di seguito.—Per quanto mi dolga recar sfregio alla tanto vantata moralità di quei tempi, non debbo tacere di una festa da ballo privata, ove convennero in buon numero persone di ambo i sessi, abbigliate nel semplicissimo costume di Eva e di Adamo. La polizia austriaca non si commosse dello scandalo—quei danzatori così succinti nelle vesti non erano persone da cospirare contro la sicurezza dello Stato. Un Congresso di scienziati chiamò gran folla a Milano nel 1846. Il popolo profittò dell'occasione per testimoniare il suo rispetto alla scienza. Nelle trattorie si gridava al cameriere: un piatto di scienziati!—e quegli a recar tosto un piatto di zucche o di patate. Anche i somarelli vennero in quell'epoca salutati col medesimo titolo—Nobili istinti delle masse!
Uomini che pensassero all'Italia, che fremessero del servaggio straniero, che abborrissero l'Austria, erano in numero assai scarso. I più ignoravano che un'Italia esistesse. Eppure, qualcheduno agiva in secreto, qualcheduno scriveva, qualcheduno assumeva l'incarico pericoloso di propagare i fogli di Mazzini. Allora c'erano rischi tremendi a parlare di politica, foss'anche col più intimo degli amici. Taluni che troppo osavano, cadevano in sospetto di spie. Le Prigioni di Silvio Pellico, erano ritenute un libro ultrarivoluzionario. Qualcheduno, tremando, osava declamare le liriche concitate del Berchet, in circolo ristretto di conoscenti. Tali ardimenti cominciavano verso l'anno 1842.
Si impiegavano sei ore per trasferirsi in vettura da Milano a Pavia; non era permesso di varcare senza passaporto i confini della Venezia.
Le maschere carnevalesche erano insulse e indecenti. Ai veglioni della Scala non era permesso lo accedere senza l'abito nero e un piccolo domino alla spagnuola, che ordinariamente si prendeva a nolo per dieci o venti lire. La guerra dei coriandoli, al giovedì e al sabbato grasso, assumeva proporzioni intollerabili.—Recandosi in autunno alle ville, le famiglie patrizie trasportavano enormi bagagli.—Gli stradali da Milano a Varese, e quelli della provincia di Lodi e Cremona erano infestati di ladri. Il brigantaggio scomparve lentamente coll'estendersi delle comunicazioni e colla coltivazione dei terreni boschivi.—La Valtellina, la Brianza, i colli del Varesotto producevano dei vinetti esilaranti. Il Monterobbio e l'Inferno rivaleggiavano coi più famosi vini dell'estero. Ogni anno, gli eleganti di Milano facevano regolarmente la loro comparsa alla sagra di Imbevera ed ai mercati autunnali di Lecco. I signori, boriosi e stolidissimi, dopo aver vissuto famigliarmente in campagna con persone del ceto medio, negavano a queste il saluto, scontrandole pochi dì dopo sul lastrico di Milano.—I Bergamaschi alloggiavano all'Agnello, i Lecchesi alla Corona, i Pavesi a Sant'Ambrogio alla Palla ed al Pozzo, i Lodigiani al Cappello ed al Falcone. Fra quei di Bergamo e quei di Milano duravano livori e rappresaglie.—La Pasta e la Taglioni comperavano ville sul lago di Como. Il poeta Ottavio Tasca sposava la Taccani cantante. Il poeta avvocato Bazzoni si annegava nelle acque del Lario; tutti gli anni qualche povero innamorato si gettava dal Duomo.
Alla morte dell'arcivescovo Gaisruk, e poco dopo, alla entrata trionfale del suo successore Romilli, si manifestavano nelle vie i primi segnali della insurrezione latente. In piazza Fontana, in una serata di luminaria fatta ad onore del nuovo arcivescovo, echeggiarono le prime grida di Viva Pio IX. I dragoni, prorompendo a cavallo nel mezzo della folla, misero in fuga i dimostranti, e un povero fabbricatore di mobili, certo Ezechiele Abate, rimase morto sul terreno...
E qui, lettori miei, pongo fine al mio riassunto, giacchè mi pare d'aver già adunata materia sufficiente per riempire i due volumi commessimi dall'editore. Certo è che, descrivendo gli avvenimenti in ordine di date, e riproducendo le circostanze di luogo e di persone con tratti più larghi, ben altro mi sovverrà alla mente, che qui venne omesso per oblio. Ma questo breve ed informe sommario non potrà a meno di suggerire dei confronti e di provocare vivaci discussioni fra gli insanabili adoratori del passato e i fanatici dell'èra presente. In poche parole esprimerò l'avviso mio. All'epoca testè descritta, la città di Milano contava i milionarii in maggior numero, ma l'agiatezza era minore assai nelle classi borghesi e nelle masse che vivono d'arte o d'industria. Il patriziato e l'alto commercio sfoggiavano un lusso abbagliante, ma il cilindro obbligatorio del calzolaio, del salumiere, del pittore, del letterato e dell'impiegato, brillava di un lucicore miserevole che ricordava allo sguardo le traccie bavose della lumaca. Il vestito di seta non era sceso alla donna del popolo; e la sartorella sollevando la gonna per trapassare i frequenti rigagnoli, metteva in mostra delle calze e delle sottane più atte a deprimere che a suscitare i salaci istinti di un ammiratore. In letteratura, emergevano delle individualità più distinte, ma la massa del popolo era quattro volte più idiota. C'erano persone serie, che si occupavano di seri studi che pubblicavano seriissimi lavori, ma le crasse maggioranze nè pensavano, nè studiavano, nè leggevano. La musica era in fiore, ma assai meno compresa che oggigiorno: si applaudivano con fanatismo degli insigni capolavori, ma altresì venivano festeggiati degli aborti oggidì intollerabili. Il ceto lavorante spendeva meno per vivere, ma era meno retribuito. Notevolissima, in ogni modo, esemplarissima e degna della massima ammirazione, era a quei tempi la rassegnazione a pagare il testatico, a sopportare i balzelli, a subire i prestiti forzosi, a sopportare i rabuffi e le frustate degl'imperiali regi commissarii di polizia, ed anche la bastonatura dei sergenti croati. In ciò, confessiamolo a grande vergogna nostra, i nostri predecessori, furono sublimi di longanimità e di tolleranza. Gente di buona fede, che odiava la discussione e la polemica irritante. Uomini di sano criterio, positivi e logici in sommo grado, i quali dovevano riconoscere e confessare a sè medesimi che l'Austria era moderatissima, dacchè, potendo, quando buono le paresse, spogliarli di tutto, si teneva paga di prendersi la metà soltanto del loro avere. Come i popoli appariscono ragionevoli e, diremo anche, soddisfatti, quando agli occhi della loro intelligenza insiste, lontana o vicina, la prospettiva della... forca!