Il conte Bradamano pregò il commissario di ritirarsi, e facendosi più innanzi, investì il genuflesso con una occhiata fulminea. I suoi speroni mandavano un sinistro cigolìo.
La persona, che in atto di umile e desolata preghiera gli volgeva le spalle e le calcagne, non poteva che essere una donna colpevole. Il cappellino bizzarro a piume azzurre, la magnifica veste da amazzone stabilivano l'identità di quella dama. Quel cappellino il conte l'aveva donato a sua moglie nell'anniversario del malassortito imeneo. L'elegante ciarpa di raso, ricamata in oro, che il visconte teneva annodata al collo, ricordava al terribile marito un altro regalo da lui fatto all'indegna, in un lucido intervallo di tenerezza coniugale… Quella ciarpa gli era costata cinquecento rubli… Cappellino, amazzone, ciarpa, tutto concorreva a denunciare la perfida moglie… La contessa era là… L'occhio grifagno, l'artiglio adunco del marito le stavano sopra.
—Sciagurata! tu preghi? esordì il conte con voce sepolcrale…
Il visconte, compreso dalla stranezza quasi inverosimile della propria situazione, sprofondando la testa nelle mani, diede in uno scroscio di risa che sembrava una scarica di singhiozzi.
—E tu piangi! proseguì l'altro, ingrossando la voce…
La seggiola sulla quale il visconte era appoggiato, scricchiolava sotto gli scoppi delle sue risa irrefrenabili.
—Per chi preghi? Per chi piangi?… Ma alzati, dunque! Questi mattoni screpolati ti sciupano la gonnella… Dio! uno strappo!… due strappi!… Quante ammaccature sul cappello!… Un cappello che mi è costato seicento rubli!… Non importa… Oramai tu hai finito di smungermi… Le tue lagrime, le tue moine non fanno più breccia. Mi hai detto mille volte che ero un mezzo uomo; diverrò uomo tutto intero, e un uomo corazzato, per giunta. Non credere che io sia mai per ricondurti al castello dei miei padri. Se ho spedito dei telegrammi a cento città dello impero per ottenere il tuo arresto, l'ho fatto perchè pretendo, perchè esigo che tu mi renda il denaro e i gioielli che mi hai rubati. Mi hai tu capito, o femmina immonda? Il mio denaro, i miei gioielli, e poi il diavolo ti porti!
Le parole: denaro, gioielli, erano articolate su due note rauche e stridenti, che mettevano raccapriccio.
Il visconte, sempre inginocchiato colla testa sprofondata tra le braccia, studiava uno stratagemma per uscire da quella posizione che oramai cominciava ad annoiarlo.
—Ah! tu vuoi dunque che io ricorra ai mezzi estremi! riprendeva l'altro con voce più cupa; ebbene: tal sia di te; ma bada che questa volta ti lascerò il segno… Sai tu cosa significa la forza irresistibile? Rispondi, sciagurata, lo sai?… Or bene: te lo diranno gli avvocati, te lo diranno i giurati alla Corte di Assise… quand'io con queste mie mani, tramutate in artigli da pantera, ti avrò afferrata per il collo e strozzata come un pollastro…