E tornai diffatto.

Rientrai nel palazzo De-Tonnalli a tarda sera, al momento in cui la famiglia e i numerosi invitati toccavano i bicchieri per gli ultimi brindisi. Al mio entrare nella sala, tutti si alzarono per abbracciarmi; fu un accoglimento festoso, cordiale, espansivo, del quale serberò eternamente la più grata ricordanza.

Gal-di-fuoco, dopo aver brindato alla mia salute, si accostò alla sposa, le porse il braccio e con mille carezze la trasse fuori della sala.

Al partire degli sposi, il signor De-Tonnalli levò gli occhi al pendolo e disse: «Fanno le dieci—alle dieci e quaranta minuti converrà separarli.»

—Alle dieci e quaranta minuti, gridarono tutti; e i brindisi ricominciarono.

Spugna-di-senno, alquanto brillo, mi sì accostò e mi disse all'orecchio:

—Probabilmente voi ignorate una delle più savie pratiche osservate nel nostro paese allo scopo di rendere più duratura la felicità degli sposi. Fra mezz'ora, noi saliremo nella stanza dove Gal-di-fuoco o Selva-di-crine in questo momento assaporano le prime dolcezze dell'amore, e buono o malgrado, li divideremo. I due novelli sposi dovranno pel restante della notte dormire separati.

—E domani? chiesi io.

—Domani, posdomani, pel corso di quindici giorni, i due conjugi potranno fruire delle due ore di talamo che il codice e la pratica consentono. Economizziamo il piacere! gridò il vecchietto, alzando il bicchiere spumeggiante di sciampagna—è una prudente misura.

E si fece a cantare i bei distici di Voltaire: