—Non è il rifiuto di Virginia che mi sorprende, colendissimo e reverendissimo signor curato... Ciò che mi reca meraviglia è il sapere che Lodovico abbia realmente una coda...
—Che? non eravate voi sicuro prima d’ora?
—Io vi giuro, signor don Cecilio, che quando vi ho narrato quella sciagurata istoria della coda, io aveva intenzione di celiare... di fare una burla innocente... Non ho dunque ragione di sorprendermi in veder realizzato un fenomeno, che io non credeva esistesse fuorchè nella mia imaginazione?
Il reverendo cavò di tasca la tabacchiera—fiutò una presa di rapè, levando gli occhi al firmamento—poi, traendo il contino presso il vestibolo della casa parrocchiale:
—Mio buon signore—gli disse con voce melata—se è vero quanto asserite, che la coda del signor Lodovico fu da voi inventata per celia innocente, conviene ammirare in questo fatto la mano sagace della provvidenza, la quale talvolta si serve di un errore per condurre i miseri mortali alla scoperta del vero... Il signor Lodovico era un uomo pericoloso... Le sue massime, i suoi principii potevano scandolezzare gli onesti abitanti della borgata... È bene ch’egli abbia dovuto ritirarsi... Sarà prudente non riparlare dell’accaduto, e lasciar correr l’acqua pel suo letto. Ciò che è fatto è fatto... Ricordatevi bene, signor contino—e don Cecilio fiutò una seconda presa di tabacco—ricordatevi bene, che quando noi preti ci mettiamo la coda, nè anche il diavolo può impedire che essa produca il suo effetto.
Il contino si inchinò profondamente, e, tornando alla propria abitazione, gli ricorse alla mente un testo latino ch’ gli aveva appreso in collegio dai reverendi padri gesuiti: calumniare! aliquid semper manet.—Il qual testo parafrasato verrebbe a dire: quando volete rovinare un galantuomo, inventate pure le più incredibili calunnie—e il mondo crederà sempre!