Il Conte, ispirandosi al Monde e ad altri giornali ultramontani, non cessava mai dal vaticinare disastri all'Italia ed a Napoleone. Questi, a suo credere, non sarebbe più rientrato sul suolo francese. Il Conte attendeva la prima sconfitta delle armi francesi e italiane sulle pianure di Lombardia per poter esclamare: il secondo Impero è finito!
Tutte le mattine, al nostro entrare nel salotto, il Conte aveva una brutta notizia a comunicarci—i suoi bollettini rappresentavano sempre l'antitesi di ciò che avevamo letto la sera innanzi nella Patrie o nel Siècle. Ci voleva, da parte nostra, una longanimità prodigiosa per subire tutte quelle sconfitte toccate all'Italia per opera della fantasia ultramontana. Ma il Conte era pel momento l'unico nostro mecenate, e metteva nel difendere la nostra causa artistica altrettanto accanimento quanto nell'avversare la nostra causa politica. Noi tacevamo, lasciavamo cadere i discorsi; procuravamo dissimulare la mala impressione di quelle sue istorie crudeli, le quali erano poi sempre smentite dai dispacci ufficiali.
Una mattina (e noi eravamo andati a fargli visita per sollecitare un favore della massima importanza), il vecchio legittimista ci accolse con volto radiante, e senza darci tempo di aprir bocca, ci sbuffò in viso, con una boccata di fumo, una fiaba più che mai inverosimile ed ingrata:—Il vostro Garibaldi è caduto prigioniero degli Austriaci a poca distanza da Varese.
A tale annunzio, il Rota fa preso da uno di quegli impeti gagliardi che caratterizzavano il di lui temperamento.
—Al diavolo la prudenza, e rompiamola una volta con questo imbecille!
Questo pensiero traluceva da' suoi occhi fiammanti. Al lampo dello sguardo successe immediata la parola, e questa parola era una assoluta e sdegnosa smentita.
—Non può avvenire che Garibaldi cada prigioniero! esclamò il Rota—i dispacci hanno mentito; se qualcuno venisse ad attestarmi di essersi trovato presente alla cattura di quel valoroso, io direi tosto a questo qualcuno: voi siete un impostore!
Il vecchio legittimista si dondolava sulla seggiola. Egli non si attendeva quel fulmine di insubordinazione.
—Mio Dio!… quanto calore!—esclamò dopo alcuni minuti—un generale può cadere prigioniero sul campo al pari dell'infimo soldato…
—Perdonate, signor Conte—riprese il Rota più calmo ma con nobile accento—Garibaldi può cadere ferito, Garibaldi può cader morto come l'ultimo de' suoi fantaccini, ma è impossibile, ve lo ripeto, che si lasci prendere prigioniero.