«Da me Stefano Cavaletti fu fato di nuovo questi Saltarelli, e impenati a Corame, e vi adatai la pedagliera che io ci ho regalato; Come anche gratuitamente ci ho fato di nuovo li detti Saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi di imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per esserne del tutto sodisfatto.—Anno domini 1821.»

Così questo buono ed arguto operaio che si chiamava Stefano Cavaletti, indovinava gli istinti musicali del giovine, mostrandosi meglio ispirato che nol fosse pochi anni dopo un egregio professore del Conservatorio di Milano[1], il quale ebbe a rimandare il Verdi a Busseto cou una patente di incapacità, che farà ridere i posteri.

È d'uopo sapere che a Busseto esiste una specie di Istituto, facente parte del Monte di Pietà, nel quale vengono educati gratuitamente alla musica cinque o sei giovani del paese o d'altrove. Gli è in grazia di codesto Istituto, che il Verdi, figlio di povero ma onestissimo campagnuolo, potè iniziarsi agli studi dell'arte; e quali fossero le sue disposizioni e come rapidi i progressi, lo attestano i componimenti scritti da lui in età giovanissima. La banda musicale di Busseto eseguisce ancora una brillante sinfonia scritta dal Verdi all'età di dodici anni; prezioso frammento di musica, che aggiunto a molti altri, costituisce il più bel patrimonio artistico di quell'Istituto musicale.

Ma veniamo alla villa di Sant'Agata.—Anche questa è lontana da Busseto circa due miglia; anche questa si trova pressochè isolata in mezzo ad una vasta pianura. La chiesa che porta il nome della Santa, e due o tre case da contadini formano il corteggio della ricca ed elegante dimora del maestro.

La natura non ha donato a questi luoghi alcuna attrattiva. Il piano è monotono e solo coperto da quella prosa di messi che rallegra la cupidigia del colono, ma nulla dice alla fantasia del poeta. In mezzo a quei lunghi filari di pioppi, che costeggiano una fossa povera d'acque, a un tratto il vostro occhio rimane sorpreso e quasi rattristato dalla vista di due salici piangenti che si addossano ad una porta. Quei due alberi immani che forse altrove non produrrebbero una impressione così viva, qui vi colpiscono lo spirito come una esotica apparizione. La persona che ha fatto piantare quegli alberi nulla o ben poco deve aver di comune, nel carattere e nelle abitudini della vita, colle popolazioni della vasta pianura che avete percorsa. L'abitatore della casa, che voi intravedete a poca distanza, dev'essere un eccentrico personaggio—un artista, un poeta, un pensatore, fors'anche un misantropo. Per accostarvi a quella porta vi è d'uopo oltrepassare un ponte, il solo tratto di unione che congiunga la dimora dell'artista a quella degli altri esseri viventi.—Chi conosce di nome l'abitatore di quella casa, passandole d'appresso in sul far della sera, si illude di udire, fra i rami di quegli alberi mesti, sospirare la nenia funebre del Trovatore o l'ultimo anelito di una Violetta moribonda. Voi comprendete, appressandovi ai cancelli, che quella dev'essere la dimora di un genio melanconico ed altero. Uno spesso filare di alberi difende la casa dagli sguardi profani dal lato che prospetta la strada maestra, mentre dal lato opposto il giardino si apre più luminoso a ridente fino alla riva di un laghetto artificiale.

È lecito presagire che allorquando le recenti piantagioni avran preso cogli anni più ampio sviluppo, le ombre e la tristezza domineranno completamente quell'abitazione.

Al di là del giardino, attraversati da un lungo viale in cui l'occhio si smarrisce, si estendono i vasti possedimenti del maestro, sparsi di casuccie paesane, di cascinotti assai bene architettati. La coltivazione rivela quell'arte perfetta che si apprende sui campi stranieri, meno favoriti dalla natura. Lo spirito osservatore del Verdi ha raccolto, per versarli su questo campo, tutti i progressi della scienza agricola inglese e francese. Mentre i salici del giardino, e i folti alberi, e i chioschi opachi, e il laghetto tortuoso e melanconico ritraggono l'indole appassionata dell'artista, la coltura di queste ampie campagne sembra invece riflettere la mente ordinata dell'uomo, quel criterio pratico e positivo che nel Verdi, caso piuttosto unico che raro, si trova accoppiato ad una fantasia esuberante, ad un temperamento vivace ed irritabile.

Questo criterio pratico e positivo si manifesta più che mai nell'architettura della casa, nella scelta dei mobili, in tutto ciò che costituisce il confortabile e l'ordine interno della famiglia. Non vi è che una sola parola, una parola musicale, a cui sia dato esprimere quest'ordine meraviglioso, questo connubio fortunatissimo dell'arte colle necessità materiali della vita—la parola armonia. Il gusto più squisito e il calcolo più sapiente hanno presieduto alla costruzione. Qui tutto è bello, tutto elegante e semplicissimo, tutto risponde alle esigenze della salubrità e del buon gusto. I miei lettori non esigeranno una minuta descrizione degli appartamenti, degli addobbi, delle pitture. Credo dir tutto affermando che l'abitazione è degna di un artista, il quale si è fatto gran signore coi prodotti del suo ingegno.

Il maestro compone ordinariamente nella sua camera da letto—una camera al piano terreno, spaziosa, piena d'aria e di luce, ammobigliata con artistica profusione. Le finestre e le porte vetrate danno sul giardino. Quivi un magnifico pianoforte, una libreria e uno scrittoio massiccio di eccentrica forma che, dividendo la camera in due compartimenti, esibisce allo sguardo una deliziosa varietà di bozzetti, di statuette, di gingilli artistici. Al disopra del pianoforte sta affisso il ritratto a olio del vecchio Barezzi, il vero amico e mecenate del Verdi, al cui nome, alla cui effigie veneranda il maestro professa una specie di culto[2].

La prima moglie sposata dal Verdi in età giovanissima era figlia di quell'ottimo patriarca di Busseto; e non è qui il luogo di ricordare quante memorie di affetti e di dolori, di lotte e di sacrifizî si riuniscano a rendere sacro pel maestro il nome di un così amato e benefico parente.