«Vostro affezionatissimo
«S. MERCADANTE.»
Dopo quel memorabile festival, Mariani ricevette il diploma di Cittadino Pesarese.
Tutti i particolari fino a qui riferiti dimostrano con quanta rapidità un artista dotato di eccezionale talento e animato dal vero amore dell'arte possa toccare a meta elevatissima. Mariani all'età di quarant'anni era giunto a quello stadio della carriera dove ogni lotta viene a cessare, dove all'ingegno riconosciuto, alla fama solidamente stabilita non si presentano che nuovi allori da cogliere. Bologna e Venezia furono l'ultimo campo de' suoi trionfi.—Wagner deve al Mariani gran parte della buona accoglienza che i Bolognesi fecero al Lohengrin ed al Tannhauser. Cultore e amante passionatissimo dell'arte sua, Mariani non faceva differenza tra maestro e maestro, non ostentava predilezioni, e in presenza del dovere, dissimulava le individuali antipatie. Rossini e Meyerbeer, Bellini e Verdi, Donizetti e Wagner, i grandi come i mediocri, i famosi come gli oscuri, gli antichi come i nuovi imponevano del pari alla sua nobile coscienza di artista. Dalle sue manifestazioni confidenziali era facile arguire a che tendessero le sue predilezioni. Italiano nella formosissima regolarità del volto, nel fuoco degli sguardi, nella vivacità del carattere, nel fervore del sangue, negli istinti dell'amore e del gusto, si comprende che egli doveva adorare Bellini e Donizetti, esaltarsi alle immaginose e fervide concezioni del Verdi.—Musicista profondo, uomo di scienza nel pretto senso della parola, soleva riporre uno speciale fervore nello studio e nella interpretazioue degli spartiti venuti d'oltr'alpe. Al suo orgoglio di artista italiano piaceva trionfare di ciò che in musica si chiama difficile ed astruso. La musica di Wagner fornì a lui una solenne occasione di far valere tutta la potenza intuitiva del proprio genio, tutta la estensione del proprio sapere.
Allo scopo di studiare gli autori stranieri e di affermarsi alle difficili prove, egli intraprese non pochi viaggi. Le di lui escursioni a Parigi ed a Londra si rinnovavano periodicamente ogni anno, e in compagnia del Verdi andò espressamente a Parigi nel 1867, per assistere a parecchie rappresentazioni del Don Carlos, che egli pel primo doveva presentare all'Italia.
Angelo Mariani, sotto l'aspetto di compositore, appartiene alla scuola più schiettamente italiana. I suoi canti da camera ritraggono l'indole di Bellini e la foggia del Gordigiani; le sue partiture istrumentali, tuttochè elaborate con molto sapere, rivelano l'amore istintivo di quella aurea semplicità che era proprio dei grandi maestri antichi. Tutto ciò che vi ha in esse di complicato e di astruso non è che una stentata concessione alle esigenze di quei pochi innovatori di cattivo gusto che a forza di vociare sono quasi riusciti a parere moltissimi[9].
Angelo Mariani, come abbiamo accennato, fu bellissimo d'aspetto—nella prima giovinezza, la squisita regolarità de' suoi lineamenti, il fulgore dell'occhio, le soavi gradazioni delle tinte davano al suo volto un'aria di gentilezza quasi donnesca. Più tardi, i tratti si pronunziarono più virilmente, gli sguardi si svolsero con espressione più severa ma pure simpatica e affascinante. Il di lui aspetto negli ultimi anni era davvero imponente, e il flusso magnetico che ne usciva giovava non poco ad accrescergli autorità.
In teatro, dall'alto del suo sgabello, egli dominava ad un tempo l'orchestra, il palco scenico e la folla ammirata degli spettatori. Era il nume delle armonie, il Prometeo che sprigiona la luce.
Severissimo e qualche volta irritabile nell'esercizio del suo dominio musicale, egli era, nel consorzio privato, un buono e solazzevole camerata. Parlava con entusiasmo di arte e di artisti, e nel narrare i molteplici episodii della sua fortunosa carriera riusciva piacevolissimo e attraente. Giovò a moltissimi, ebbe amici in buon numero, pochi nemici, pochissimi detrattori.
Salito al primo rango nell'arte sua, egli non potè mai (e ciò gli fu grande cordoglio) raggiungere il posto da lui vagheggiato nella prima giovinezza, il posto di direttore al teatro della Scala. Vi fu un'epoca (credo nel 1865) in cui il suo voto accennò di compiersi, e già l'eminente musicista muovea per trasferirsi a Milano[10], onde mettervi in scena l'Africana, allorquando la subitanea convalescenza di un altro maestro poco innanzi gravemente ammalato, gli intercluse per l'ultima volta la nobile meta.
Le biografie degli artisti da teatro offrono mai sempre degli episodii piacevoli e bizzarri, i quali, tuttochè interessanti, disdirebbero in una narrazione che insorge da una tomba[11]. Ogni gaia ricordanza si offusca dinanzi a questo pensiero: «Mariani non è più.»