Daniel Nabaäm De-Schudmoëken


A quei tempi, che sotto molti aspetti somigliavano ai presenti, io sedeva una mattina con altri pochi visitatori nel salotto di una amabile contessa, assai celebre in Milano pel suo talento di pianista non meno che per la sua bellezza e le sue prodigalità di ogni genere.

Come al solito, si parlava di musica; ed era in campo una discussione sulla supremazia dei maestri tedeschi, in fatto di composizioni istrumentali. La contessa, tuttochè italianissima nel senso politico, in arte si professava tedesca.

La conversazione venne interrotta dal servo di anticamera, il quale, presentando alla contessa una carta di visita, annunciava l'arrivo di un nuovo personaggio.

—Entri pure!—disse la contessa sfavillante di gioia.—E quella espressione del volto pareva dinotasse l'intervento di un alleato inatteso.

Il cameriere poco dopo ricomparve sulla porta, introducendo, con uno sforzo di pronunzia visibile, il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken.

Era un uomo dai trentacinque ai quarant'anni, abbigliato con quella eleganza alquanto caricata, che contraddistingue gli artisti. Nel suo modo di presentarsi c'era la disinvoltura e la franchezza di chi ha fatto l'abitudine alla curiosità del pubblico ed all'applauso dei teatri.

Si inchinò leggermente ai circostanti, baciò la mano alla contessa, e, tratta dal portafogli una lettera, gliela porse col garbo più distinto.