— Voi dovete sapere, in primo luogo, che io sono un gran imbecille... cioè... un uomo... che fuori della politica... mi trovo propriamente... come si suol dire... un pesce fuori dell'acqua. Io accolsi in mia casa questi due bravi signori, sapendoli due caldi patrioti, due uomini di polso... che potevano, non dirò consigliarmi... ma aiutarmi ne' miei studi politici, economici e democratici... Ma siccome, quando si tratta dei miei interessi particolari, io sono... o fingo d'essere un imbecille, così, senza riflettere alle difficoltà che potevano insorgere, ho promesso a tutti e due la mano di mia figlia. Ora: come si scioglie questa faccenda? Il progresso della democrazia non giunse finora a tanto da permettere alle fanciulle la comunione dei mariti... Io vorrei favorire sì l'uno che l'altro... perocchè nell'avvocato Nebbia, collaboratore del giornale il Chiaro-oscuro, ammiro la profonda dottrina; nel dottor Trigambi rispetto le impronte venerande del martirio e la devozione illimitata al bene del paese... L'uno non vuol cedere all'altro... i suoi diritti. Io non ho ragioni per dar la preferenza a questo piuttosto che a quello. Come sì fa? Sfido lo stesso Palmerston a trovare in tal caso una transazione soddisfacente.

— Mio caro signor Lanfranconi, — rispondo io, volgendo uno sguardo alla povera Ifigenia, che non osa levar gli occhi per eccesso di timidezza, — l'espediente è presto trovato. Si consulti il voto di Ifigenia. Scelga essa fra i due pretendenti..... ed ecco troncata ogni lite.

Il Lanfranconi aggrotta le sopracciglia, poi dice a bassa voce: — essa ha scelto... la cattivella...

— Ebbene?

— Essa pretenderebbe rifiutare sì l'uno che l'altro dei suoi due pretendenti. Ifigenia è giovane troppo per comprendere il bene ed il male: io, uomo di esperienza, debbo imporle la mia volontà. Un giorno ella si chiamerà contenta di avermi obbedito. —

Ifigenia, in udire tali parole, non può trattenere le lacrime, e si allontana. Dopo breve silenzio io prendo di bel nuovo la parola:

— Lanfranconi! mi accorgo che la questione è assai più difficile a sbrogliarsi di quanto in sulle prime mi appariva. Nondimeno, se mi concedete pochi minuti per parlarvi da solo a solo, spero venire a capo d'uno scioglimento felice. In presenza di questi signori non oserei esporvi apertamente il mio pensiero. —

Il Nebbia ed il Trigambi si ritirano, e nell'uscire dalla sala sospingono la porta con un urto sì violento da far crollare le muraglie. Io piglio pel braccio il mio ospite, e scendo con lui nel giardino.

Il giardino del signor Lanfranconi, veduto alla luce del giorno, presenta allo sguardo un quadro di devastazione. Si direbbe che un violento uragano abbia abbattuto gli alberi, sfrondate le siepi, scomposte le zolle. Io non posso a meno di esprimere la mia meraviglia all'ospite che mi dà di braccio: ma questi non curandosi tampoco di volgere intorno una occhiata, mi risponde asciutto: — chi può occuparsi di giardino e di fiori, mentre le questioni politiche assorbono tutta la nostra attenzione? I miei servitori da mane a sera hanno i giornali nelle mani. Ciò reca qualche inciampo al disimpegno de' loro affari: l'ordine della casa non cammina colla usata regolarità; ma io preferisco aspettare alla mattina il mio caffè e panna e mettermi a tavola una o due ore più tardi, anzichè porre ostacolo alla educazione politica del popolo. —

Così parlando, noi ci inoltriamo in un viale. Volgendo gli occhi per caso verso la serra dei limoni, mi vien veduto lo zuavo della sera precedente, il quale con energica famigliarità abbraccia la sorella del mio rispettabile amico.