Don Dionigi, ritto ed immobile presso la muraglia, rassomiglia ad uno sparviero inchiodato. Il naso e la punta del cappello rivolti al firmamento esprimono la desolazione del poveretto. «Oimè! — sclama egli, — Iddio mi ha dunque tolto il bene dell'intelletto! Io non so più in che mondo mi sia...»

Frattanto gli zelanti patriotti, che stavano pranzando nella sala terrena, vengono anch'essi nel cortile per istringere la mano allo zio di Teodoro e offrirgli servigio.

— Bisogna far presto! Le due soffie sono già in cammino per recare l'ambasciata al conte Bolza. Sarà bene prevenire il signor Teodoro e farlo trasportare in altra casa... Presto! non c'è un minuto da perdere. —

Così parlando, due giovanotti si impadroniscono del prete e lo traggono fuori dell'osteria, dirigendosi verso la contrada di Sant'Antonio. Don Dionigi si lascia condurre come un automa; e mentre i due sconosciuti gli intronano l'orecchio di complimenti e di esortazioni patriotiche, il buon prete invoca il soccorso della Provvidenza recitando il Veni creator spiritus.

Eccoci nella contrada di Sant'Antonio. Giunti alla casa N. 1241, la piccola comitiva si arresta, e i due sconosciuti si accommiatano da don Dionigi. — Addio, incorrotto ministro dell'Evangelo! Addio, lume e decoro del sacerdozio! A suo tempo la patria saprà distinguere i veri dai falsi apostoli, e come si mostrerà inesorabile nell'esterminio dei Giuda, così saprà esaltare i veri missionari della libertà evangelica!

Don Dionigi penetra nel vestibolo della casa, cerca a tastoni la scala, e con passo vacillante comincia a salire. Dopo aver bussato a tutte le porte dei piani inferiori, e subìte le invettive di dieci o dodici inquilini, finalmente al quarto piano egli trova l'abitazione di Carlo Obrizzi, l'abitazione ove Teodoro fu ricoverato.

Lode al buono, all'onesto popolano milanese! Carlo Obrizzi appartiene alla classe degli operai tipografi. Nelle officine del pensiero, fino dalla prima fanciullezza, egli respirò i sentimenti di indipendenza e di libertà, che esalano dalle lettere e dalla scienza in onta delle compressioni tiranne. La classe degli operaj tipografi, a Milano come a Parigi, come in tutte le città dell'universo, si distingue pel fervore delle aspirazioni liberali. Nelle tregue del popolo, essa medita e si agita in segreto, spargendo nelle masse meno istruite il germe fecondo della parola; nel giorno della lotta essa fornisce gli uomini più coraggiosi e intraprendenti; corre alle barricate, combatte, muore per difesa e gloria della patria. Fra i martiri del 1848, fra i volontarj che nel 1859 corsero ad ingrossare le file dell'esercito italiano, figurano primi gli operaj tipografi. Nelle rivoluzioni e nelle battaglie della patria essi rappresentano l'intelligenza e la forza del popolo.

Appena don Dionigi affacciossi alla porta della modesta abitazione, Carlo Obrizzi lo accolse con trasporto di affetto. Chiamò la moglie, i fratelli, i figliuoli; e tutti quanti furono dattorno al buon prete, e, baciandogli la mano e le vesti, lo introdussero nella camera da letto ove Teodoro giaceva sopito.

In vedere le guance pallide e sformate del povero malato, don Dionigi sentì per la prima volta la certezza di una sciagura, di cui infino a quel punto avea sempre dubitato. Il buon vecchio giunse le mani al petto, levò al cielo lo sguardo, indi proruppe in lagrime.

Teodoro aprì gli occhi, riconobbe lo zio, e fece uno sforzo per levarsi a baciargli la mano. — Chi mi avrebbe detto, quando partisti da Capizzone, che io doveva rivederti in tale stato! ma la colpa è tutta mia!... Oh perchè non ti ho accompagnato io stesso a Milano!...