Il giorno 28 maggio, nella chiesa di Capizzone si celebrarono le esequie solenni all'anima di Teodoro. Sulla porta della chiesa, addobbata di neri panneggiamenti, leggevasi una iscrizione redatta da don Dionigi, nella quale si riepilogavano le gesta del martire glorioso.

Dopo la cerimonia, il capitano della guardia nazionale passò in rassegna i quattordici militi del Comune che, armati di forche e rastrelli, eseguirono prodigiose manovre. In mancanza di schioppi e di artiglieria, il sindaco diede fuoco a dodici girasoli, che l'un dopo l'altro scoppiarono in sul sagrato fra gli hurrà bellicosi della popolazione.

Sono le nove della sera. Don Dionigi, oppresso dalle fatiche e dal grave cordoglio, si chiude nella propria abitazione per isfogare la piena degli affetti nell'animo della fedele Caterina.... La modesta lucernetta effonde nella camera un pallido chiarore; dal focolare semispento sorge una nebbia leggera leggera, che si perde con insensibili gradazioni fra le tinte della bruna soffitta.

— È morto! — esclama don Dionigi, inginocchiandosi sul gradino del focolare....

— È proprio morto! — risponde Caterina.

— Morto sul campo di battaglia.... senza i conforti della fede, senza l'assoluzione di un prete!...

— Che Iddio gli usi misericordia!

— Crede ella, don Dionigi, che il nostro Dorino avrà avuto tempo di far l'atto di contrizione?

— Purchè una palla di cannone non gli abbia portato via la testa d'un solo colpo, nel quale caso io dubito assai che un uomo possa pensare alla salute eterna.

— Don Dionigi!... don Dionigi!...