Uscendo dalla porta del Popolo si trova la via Flaminia, ch'è ora la via di Firenze; e questa, a un miglio forse da Roma, taglia il Tevere con l'antico ponte Milvio, ora volgarmente Molle. A sinistra di questa via scorre il bruno fiume, fra mille gorghi e rigiri; nè mai vidi niuna cosa terrena così vivamente rappresentarmi a un tempo la vita e l'eternità. Torbido sempre ed agitato, e quasi ritornando di continuo in se medesimo, rappresenta la vana ed inutile agitazione dei mortali; e fra tanta agitazione e tanto ritornare in se stesso, pure corre di continuo al mare e mai non s'arresta, e pure rappresenta l'immortalità. Fra la via e il fiume è alcuni rialti tutti piantati a vigne, che pur lasciano in sull'estrema ripa un fresco ed erboso prato, che dà la via insino al ponte a molti buoi e bufali che per l'ordinario vi traggono a pascolare, ed a qualche Italiano che quivi viene a nascondersi dall'insopportabile dolore che gli è il corvo roteante intorno alla colonna Traiana.
Tav. V.
... ed era il prato silenzioso e deserto, e non s'udiva un fiato, se non che il fiume mormorava e qualche bufalo... — Carte 348.
Quivi ci conducemmo noi per un viottolo a sinistra della porta; ed era il prato silenzioso e deserto, e non s'udiva un fiato, se non che il fiume mormorava, e qualche bufalo che pasceva, o giacendo a muso in su parea quasi contemplare stupido la natura, a quando a quando muggiva. Eravamo, io credo, tanto allontanati dalla città, quanto rimaneva a pervenire al ponte, allorchè Cammillo, al quale ingrossandosegli convulsivamente il fiato, io dissi baciandolo:
Cálmati, angeletto mio, non mi far morire.
Fattosi negli occhi come chi è uscito del senno, mi traboccò d'un calcio nel fiume.
XCIII.
Io non fui appena traboccata nel fiume, che per la mia propria gravità, e per le spire del gorgo fra il quale venni a cadere, toccai l'ultimo fondo. Quivi era un alto e denso limaccio, che nel tonfo mi fu insino all'anche. Io diedi per istinto assai calci per levarmi su, ma il piede batteva nel tenero, e ad ogni calcio mi sommergevo più e più nell'orribile mota, e bevevo del fiume che già n'affogavo. Alla fine due gorghi mi si confusero e rigirarono sul capo in tal guisa, che dall'urto delle due spire ne nacque una terza per il verso contrario, la quale, furiosamente circuendomi, mi ritrasse su in quanto balena. Io tornai a vedere il sole ed a spirare l'aria; ma tutto era niente. Più io m'aiutava con le mani e coi piedi, e più, com'era ignara al tutto del nuoto, la corrente, i gorghi, l'acqua stessa e le mie scosse mi ritornavano spietatamente nel fondo; ed alla fine, stanca e mortalmente affannosa, mi rassegnai alla morte, e mi gettai, senza più muovermi, sull'onde, acciocchè m'ingoiassero. Ma quelle onde, che avevano così spietatamente negato di sostenermi mentr'io m'affaticai di salvarmi, quando mi vi gettai sopra per morire, cominciarono a sostenermi.
Io fui strascinata e convolta, forse per un quarto di miglio, dalla corrente ch'era assai rapida quel dì, allorchè s'affacciò dalla ripa un guardiano di que' bufali, e mi vide: e saltando ove la ripa era più umile e smottata, abbassò a traverso il fiume una lunga pertica forcuta, di cui era armato, e mi gridò d'afferrarmivi. L'atto eroico e la risoluzione di quel suo grido mi diedero la forza di stendere ambe le mani e d'afferrare quella pertica, ed egli mi trasse a riva e mi sollevò come una piuma. E vedendo ch'io già affogava, mi strinse con la sinistra mano i due piedi e mi capovolse, e stretta la destra, mi diede di forti pugni nelle reni, ond'io rigettai gran parte dell'acqua ch'avevo bevuta; e, rivoltami in su come se nulla fosse, mi posò semiviva sull'erba.