XCV.
Dopo una settimana la minente tornò, ed io, quel dì stesso, aiutata da lei, e dalla solitaria, mi sgravai d'un bel fanciulletto. Questo, cui la solitaria battezzò nel nome di Antipatro, io nutrii sei mesi del mio latte, e mentre cominciava a sorridermi ed a chiamarmi mamma balbettando, le convulsioni me l'uccisero in una notte; e la solitaria ed io gli scavammo con le nostre mani la tomba sulla bocca di una spelonca quivi appresso. Ed io, poscia che col mio proprio pugno l'ebbi coperto di terra insino al collo, il viso e gli occhiolini mezzo aperti giurai, che, prima di coprirli, gli avrei lavati l'ultima volta con le mie lacrime, e gittata per terra carpone, piansi loro sopra dal mezzodì insino a sera, finchè l'ebbe coperti prima la notte che la terra.
Questo fu l'ultimo colpo con che l'Eterno mi separò dalla terra, forse acciocchè io avessi più pronte e leggere l'ali del desiderio al cielo, a cui da quel dì mi volsi unicamente, considerando oggimai queste membra, e l'universo tutto, come il più gravoso impedimento a questa mia sola speranza.
XCVI.
Intanto la solitaria, come sempre segue ai cuori ritirati dagli uomini non per poco ma per troppo affetto, mi pose un amore tale, che non si può dire con parole umane. Ella vedeva per gli occhi miei, udiva per le mie orecchie, parlava per la mia bocca, e, come s'io fossi stata sua figliuola, o fossi convivuta seco insino dal mio nascimento, viveva tutta in me, anzi in tanto viveva, in quanto viveva io.
Come più tosto io ebbi perduto il figliuoletto, la minente venne per me per volermi ricondurre nella sua casetta. Ma la solitaria si gettò ai piedi di entrambe, e ci giurò fra molte lacrime, alle quali non era troppo facile, che dopo l'amore che mi aveva posto, dopo la dolcissima usanza ch'aveva preso meco, ella non era più bastante a sostenere quella solitudine, che per diciotto anni aveva riguardata come il più gran bene de' mortali; e il portarmele via era come portarle via il cuore e la vita. E tanto pregò e tanto pianse, che la minente s'andò, benchè dolorosa, con Dio, e, lasciatami quivi, si contentava di tornare di quando in quando a visitarci.
Ma io non era la minente; ed era impossibile che alla lunga ella potesse continuare a farla meco da inspirata e da santa. Onde, domandatane incessantemente da me nelle lunghe ore di tranquillità che passavamo insieme, dopo aver molto dubitato, e molto considerate le forze della mia mente, alla fine un giorno prese a dirmi così.
Io sono figliuola unica del principe di Monsanese: bevvi le prime aure in Torino, ed il mio vero nome è Teodelinda. Mia madre morì ch'io aveva appena diciasette anni, e tutti mi gridarono, convento, convento, dome solo porto della mia virtù in pericolo.
Fatta di terra sensibile, io m'era innamorata del mio maestro di musica, ch'era un giovane bello e sventurato; nè a mio parere, v'è cosa più irresistibile al cuore d'una donzella ben nata, che l'impressione della sventura in un volto avvenente e giovanile. Mi pareva ad ogni ora ch'egli mancasse di tutto quello di cui io abbondava; non mi curai più de' miei abiti e de' miei conviti, perchè vedevo lui assai male in arnese, e supponevo peggio del suo nutrimento; e parendomi da principio che il non amarlo fosse crudeltà, mi condussi alla fine a non aver bene se non quanto lo vedeva, ed a struggermi ed a consumarmi per lui. Mio padre non tardò ad avvedersene, e scacciò da se l'innocentissimo giovane. Questi morì di miseria e di malinconia; ed io, data la più sanguinosa repulsa a un brutto ceffo di mio cugino che voleva sposarmi per la dote, colsi io stessa volonterosa l'occasione portami dalla morte di mia madre, e mi chiusi in un monastero.
Mio padre era non solo religioso, ma superstizioso, e insino dalla mia infanzia m'aveva parlate di continuo parole ascetiche e contemplative. E più d'una monaca, pagata, come poscia riseppi, dal mio scellerato cugino, ch'aveva eletta questa seconda via di pigliarsi il mio, mi sonava incessantemente agli orecchi la vanità e l'amarezza del mondo, la pace del chiostro e le bellezze eterne del paradiso. Ond'io, ch'avea il cuore afflitto e l'immaginazione ardente, e cui pareva ad ora ad ora che il mio primo amore contemplasse dal cielo tutte le mie azioni e tutti i miei pensieri, e dovesse gioire del mio sacrifizio, vinta ancora dalle prime impressioni prese dalle parole di mio padre, e dalle continue esortazioni delle monache, mi rendetti nel convento medesimo professa.