Padre mio amoroso, io non imprendo a raccontarvi quello ch'io soffersi in quell'infame borgo tutto l'inverno e tutta la seguente state. I miei patimenti furono inauditi, e s'io li raccontassi, sarebbero incredibili. Ah padre mio! così divisa, come mi sento, da ogni cosa terrena, così vicina, quale sono, al sepolcro, a quel porto che tanto sospirai, pure s'io mi rivolgo a contemplare l'oceano di dolore dal quale approdo, non posso fare che non mi prenda un'infinita pietà di me medesima, e ch'io non versi un torrente di lacrime. Ah padre! se un lampo di piacere balenò nella vita, si dileguò per sempre; e se traluce un istante al pensiero, non è più piacere: ma la memoria del dolore, è dolore sempre.
Come io guarissi della spalluccia slogata e della ferita nel petto, non mi rammento. Ma certo la sola natura n'ebbe il merito. Io passava i giorni e le notti scalza e presso che ignuda fra la più mortale umidità, e sentivo quasi sempre quel senso di smania inenarrabile, che poscia intesi essere la febbre. Un tozzo di nerissimo pane inzuppato nell'acqua era tutto il mio nutrimento; quello squallido tugurio era tutto lo spazio ove mi era conceduto di estendere i miei mal fermi passi; quel poco di strame tutto il mio letto; e le più barbare e spietate percosse erano il solo avvenimento che veniva a rompere l'orribile uniformità della mia giornata. O Dio pietoso! se nella tua ineffabile bontà hai impresso nel cuore di ogni animale un instinto d'amore per il suo simile, come puoi consentire che la creatura umana odii tanto la creatura umana?
La donna vedendomi malandata e quasi vicina a morire, e per la inferma età ancora incapace di poterle essere utile di nulla, cominciò a pentirsi fieramente della sua risoluzione. S'ella mi dava un bandolo d'una matassa per isvilupparla, io lo smarriva e più inviluppava la matassa. S'ella mi dava a tenere l'asino per la cavezza, quello o me la strappava di mano, o, s'io teneva forte, mi gittava per terra e mi strascinava. S'ella mi comandava la sera di destarla la dimane innanzi giorno, io, giusto quando dovevo destarla, m'addormentava: e se di notte era picchiato all'uscio alla sprovvista, la donna, che non voleva levarsi dal caldo pagliaccio, mandava me, ch'ero nuda sullo strame, acciocch'io lo aprissi; ed io, con le mie tenere mani, non bastava a dischiavarlo. Tutte queste o simili colpe erano punite con pugni, con calci, con ceffate; con l'afferrarmi pei capelli e gittarmi a furia sullo strame, o, tenendomi forte per quelli, percuotermi la tempia al muro, e rialzarmi talvolta il viso in su a tutta forza per battermi, quasi togliendo la mira, su gli occhi, e lasciarmi per più giorni come cieca.
V.
In tanta disperazione d'ogni umano soccorso, trovai qualche sentimento di compassione e di benevolenza, in fine, di quello che troppo malamente chiamasi umanità, in qualcuno degli animali che vivevano con noi. Tutte le volte ch'io rimaneva chiusa al buio, il gatto, con que' suoi occhi lucenti rompendo quasi le tenebre, veniva a adagiarsi sullo strame allato a me, e, come tenendomi compagnia, mi comunicava un poco del suo calore. Il maiale veniva spesso come a fiutarmi ed a riscaldarmi col suo grifo in atto più tosto benigno, e senza mai farmi un male al mondo. Ma quello che mi concepì un'amicizia di cui nessun uomo non è capace, fu il cane. Questo mi stava sempre accanto, se non se quanto la crudele donna a furia di vergate lo menava alla campagna. E sempre che m'era accanto, tutta mi veniva leccando e carezzando, e vedendomi, io credo, così ignuda e prossima a morire del freddo, cercava, quanto più poteva, di riscaldarmi col suo alito. Questo, tutte le volte che la rea femmina mi si stringeva addosso per istraziarmi, tentava ogni via di difendermi, baiandole contro, afferrandola per la gonna e talora perfino accennando di volerla mordere.
Durante la state, io soffocava dal caldo umido e dall'abbominevole sito di quel tugurio. Quando la donna, di fitto meriggio, tornava e m'apriva, s'ella andava attorno per sue faccenduzze, io, appena gli occhi, stati lungo tempo al buio, potevano sostenere la luce, mi conduceva chetamente sotto quel pino. Quivi all'aria aperta la respirazione mi diveniva più libera. L'ombra del pino e un venticello, che spira sempre a quell'ora dal mare e quasi sente l'alga, mi rinfrescavano il viso e tutta la persona, ch'io aveva arsa e divorata dagl'insetti che brulicavano nello strame. È cosa maravigliosa come in un istante io mi annegava nella più profonda dimenticanza de' mali miei e di me stessa: come la quiete universale, la contemplazione della natura tutta in pace con se medesima e il tenue stridore delle cicale ch'erano fra i rami del pino, m'inducevano la più dolce malinconia ed alla fine il più dolce sonno, ch'io abbia mai delibato nella mia vita. Allora io sognava felicità di paradiso, beatitudini ineffabili, quali sola la fantasia de' bambini può sognare, perchè quella dei giovanetti è già troppo inferma dal dolore. Questi sogni erano rotti dai gridi e dalle percosse della donna, che voleva ch'io stessi dentro a guardare le sue masserizie; perchè il cane era a guardare un vicino pagliaio.
Io aveva una così infinita necessità di prendere qualche volta questo sollievo, ch'ero rassegnata e ferma nel mio fanciullesco cuore di sopportarne con costanza la pena consueta: e sempre che potevo, me n'andavo al pino. Il cane, pare incredibile, avvistosi del tutto, sempre che il fatto si rinnovava, abbandonava il pagliaio e si poneva in agguato. Appena scorgeva la donna di lontano, ratto correva a me, e, prendendomi dolcemente il piccolo braccio con la bocca, m'aiutava a condurmi prestamente dentro, e mi riponeva sullo strame; poi, come un baleno, era di nuovo al pagliaio.
VI.
Un giorno, era del mese di ottobre, venne alla strega una donna, a un di presso della medesima età di lei, ma assai male in arnese, tutta lacera e scalza, con un pannaccio in capo, e tale, in sostanza, che me ne parve vedere il ritratto, quando, svolgendo un libro di viaggi, vidi le figure di certe donne dei selvaggi che abitano presso alle sorgenti del fiume Colombia, nelle estremità settentrionali dell'America. Io non so quali magiche parole le bisbigliasse costei all'orecchio, che la mia strega, dopo avere come fermato una specie di contratto, accostandosi a me e ghermendomi alla peggio, me le diede, così ignuda con un piccolo cencio indosso, dicendo:
Badate ve', se in questo mezzo ella morisse, fate che il curato della pieve di Resina ve ne dia il contrassegno. Io non voglio avere a inzeppar la bocca a' birri con qualche danaro de' miei, per la morte di cotesta cagna, che Iddio o il diavolo se la pigli presto; che son proprio stucca di udirla piangere. Che se non fosse stato un voto per una grazia che mi fece Maria Vergine Annunziata di far morire una mia vicina, che m'ammaliava tutto con gli occhi, io non mi sarei mai messo questo fistolo addosso.