Mentre quell'uomo mi avvolgeva la stringa al collo, una di quelle donne si accostò alla mia monaca, che m'era dappresso, e mostrandole un piccolissimo bambino che le boccheggiava sulle braccia, disse:
La guardi, suora Amalia. Eran due gemelli. L'uno è morto stanotte in ruota (e voleva dire, prima che, sorta l'aurora, fosse dalla sala terrena, in cui mette la buca, portato nei corridoi superiori); l'altro, ch'è questo, ora sta morendo.
E tutto questo diceva con una cera, se non lieta, certo poco lontana dalla letizia!
Io levai gli occhi, e vidi un piccolo mostro, il cui aspetto mi fece tanto male alla fantasia, e tante volte, in tutto il tempo della mia vita, mi tornò quell'immagine come a guizzare innanzi agli occhi, ch'io poscia ho sempre compreso con quanta ragione si proibisca alle donne universalmente, e in particolare alle incinte, di guardare qualunque animale sia generato con membra fuor dell'uso della natura.
Poscia ch'io fui marchiata, la monaca mi condusse a baciar la mano al padre rettore, che così chiamavano il sacerdote che ho dianzi descritto. Questi, quand'io gli ebbi baciata la mano, me l'aggiustò sulla mia povera testina, che mi doleva quanto è mai possibile, e stringendomela forte, e poi dandomi due o tre amorosi scappellotti, che, nello stato in cui ero, mi parvero tre colpi di mazzuola, mi disse:
Brava la mia bambina, brava. Pensate a farvi onore e ad amare Iddio.
Poi rivoltosi alla monaca:
Suora Amalia, disse, fatela confessare assai spesso.
E turbandosi nel volto come di cosa gravissima e quasi irrimediabile:
Buon Dio! soggiunse, buon Dio!... quanto tempo sarà che la non si confessa! Io credo al certo che la sarà ben entrata nel peccato mortale. Fatela subito subito confessare, suora Amalia. Ve lo raccomando tanto tanto. Che facciamo, eh! senza l'essenziale?...