Quando mi destai, mi trovai nella bottega d'un sellaio rimpetto l'Orto Botanico. Ero tutta livida e pesta ed affranta per la persona, e mi grondava a larga vena il sangue dalla tempia medesima che nel cominciare della mia infanzia avevo rotta a uno spigolo d'un marmo nella Casa della Nunziata. Io mi sentiva tutta indolenzita, e con la sinistra mano asciugavo stupidamente il sangue che mi veniva giù dalla tempia su gli occhi e nella bocca, e sbadigliando come dopo un lungo sonno, guardavo in viso coloro che m'erano intorno, senza ancora riconoscere me stessa nè rammentarmi del caso seguíto.

Era già quasi notte quando, ripresa in massima parte la virtù dei sentimenti, compresi tutto l'orrore dello stato mio. Il dolore della ferita al capo e di tutte le membra lacere e sanguinose, non mi parve più cosa sopportabile. Il braccio destro non potevo più muoverlo solamente; e solo dal vederlo e dal male non dicibile che vi sentivo, m'accorgevo di averlo ancora. Mi guardavo tutta e mi pareva un sogno. Mi pareva di vivere così in ispirito; ma che nessuna facoltà corporale rispondesse più alla mia volontà nè agli usati uffizi della vita. Oh padre mio! com'è terribile il sentimento di sentirsi vivo, e di non aver più nè gambe per camminare, nè braccia per operare, nè voce per parlare. Desiderai un'altra volta di morire: ma abituata, così com'ero da gran tempo, a non isperare più nessun bene, non badai molto a sperare il bene sommo dei mortali, la morte.

Intanto s'affollava gran popolo innanzi la bottega per vedere la giovinetta che, com'essi dicevano, la lava s'aveva pigliata; e il sellaio e la sua donna già temevano gravemente pe' loro arnesi, e già si pentivano del sentimento di compassione che li aveva sospinti a raccettarmi nella loro bottega. Tutti domandavano, e tutti rispondevano a un tempo; tutti narravano il caso mio senza saperlo, e tutti l'udivano senza ascoltarlo; ed era un bisbiglio ed una confusione incredibile. Pure di mezzo un tal frastuono io ricavai, che il ponte, portato dalle acque a gran furia, s'era rincontrato nell'altro ponte ch'era più innanzi e s'era fermo: che il mio corpo era più volte comparso e sparito sulla superficie delle onde; e che finalmente s'era intoppato nel ponte rovesciato, ma già la foga dell'acque ne lo levava; che tutti guardavano e compativano al fiero accidente, ma nessuno non si scrollava; e che allora un lazzarone, o che facesse meno stima della sua vita che tutti gli altri riguardanti, o che, quel che torna lo stesso, avesse l'animo più alto e generoso, si slanciò fra le onde, ed afferratami per un piede, me ne trasse fuori com'un cadavere.

Il lazzarone era quivi, e tutti lo mostravano a dito; ed egli se ne stava modesto quanto poteva nell'aureola di gloria che lo circondava, e con un viso in cui era dipinta una cotal grossolana bontà, che considerandola, e pure rammentando ch'egli era un lazzarone, lasciava intendere che gli uomini sono più infelici che malvagi; e che, se riescono malvagi, è sola colpa di quegli scempi o di quegli scellerati che non sanno o non vogliono educarli.

Intanto la calca cresceva; e la donna del sellaio, sentendo l'imminente pericolo, s'appigliò ad un partito che me la fece, sempre che poscia ripensai a lei, tenere per donna di molta discrezione. Volta al mio salvatore, gli disse:

Tu vedi in che stremo della vita è questa ragazza. O che non vai tu dal commessario a dargli avviso del seguíto?... Chi sia quest'infelice non è via alcuna di saperlo, ch'ella non può parlare: e il caso mi par bene da partecipare alla corte.

Il lazzarone andò, e poco di poi venne un birro ed uno scrivano con tre Tedeschi a prendere per iscritto il seguíto. Per fortuna il birro era di corto passato dal quartiere di Vicaria a quello di Foria, e conosceva donna Mariantonia, la quale, come albergatrice di studenti, aveva continua pratica con quella qualità di gente; e per conseguenza conosceva anche me e mi riconobbe. Onde fattosi far largo dai Tedeschi col calcio degli archibusi, mi pose sopra un biroccino menato a mano dal lazzarone, e conducendo me, il lazzarone, il sellaio e la sua donna al corpo di guardia del commessariato del quartiere di Vicaria, ci consegnò ad altri birri e scrivani e Tedeschi ch'eran quivi e s'andò con Dio. Questi ci sostennero tutti, mi portarono su e mi riportarono giù non so quante volte, interrogarono ed esaminarono minutissimamente il sellaio, la sellaia ed il lazzarone, fecero una sorta di processo addosso a tutti e tre, e poi costrinsero il lazzarone a pagare il nolo del biroccino, ed il sellaio a pagare le spese delle loro processure. Onde mi rammento che queglino andarono via maledicendo l'ora che mi avevano salva e raccolta dalla morte, giurando che mai più per l'avvenire non avrebbero soccorso un moribondo.

XXVI.

Io rimasi giù nel corpo di guardia come un cadavere, sopra le tavole dove si sdraiano la notte i soldati. In sulle tre ore di notte, io credo, un birro venne per me con un facchino, dal quale fui menata a braccia, dietro esso birro, a casa donna Mariantonia. Quivi trovai un nuovo mondo.

Era in tutta la casa uno scompiglio incredibile. Gli studianti avevano avuto ordine espresso dal commessario di partire fra le ventiquattro ore dalla città e tornare ai loro paterni focolari; nel silenzio della solitudine avrebbero potuto meglio che fra gli svagamenti della città, intendere a qualunque più nobile e più nuova disciplina. Gli antichi boschi ond'erano folte le labbra e le guance dei tre giovani aquilani e dei due nipoti di don Gaetano, erano stati crudelmente abbattuti da un barbiere, che il commessario aveva loro apparecchiato a tal fine nel suo cospetto. Donna Mariantonia era disperata. Tutti i suoi preghi e tutti i suoi scongiuri al commessario, tutti i suoi lezi e tutte le sue carezze agli altri sopracciò ed ai sergenti della famiglia, erano stati indarno. Aiutava come un automato gli studenti a fare le loro valige; ma stava come smemorata e senza comprendere nè quello che udiva, nè quello che vedeva.