Cupidissima, dunque, di sapere, io cominciai ad affliggermi gravemente quando m'avvidi dell'ignoranza de' due miei maestri. Non ch'io non facessi assai frutto con le tre mie amiche, ch'erano in sostanza i miei veri maestri, ma perchè mi pareva che alla fin fine io non potessi mai sapere più di esse medesime che mi addottrinavano, e la mia ambizione si spingeva assai più oltre. Quanto mai ero sciocca! Io non aveva ancora imparato che per chi ha fior d'ingegno il maestro è cosa inutilissima; e che si può imparare da se almeno tanto, quanto già basta a rendere infelice! Ma io ebbi un più efficace aiuto.

Suora Geltrude non lavorava di sua mano, ma sopravvedeva solamente i nostri lavori. La sua giornata e grandissima parte della notte la consumava a leggere, quando assisa accanto i nostri medesimi telai, e quando in un suo ben piccolo gabinetto, ch'era immediatamente appresso alla nostra stanza, ed aveva anch'esso una finestretta che rispondeva nella via della Nunziata. Questo era pieno di libri e di carte insino al palco; e sempre ch'ella ne usciva, l'inchiavava accuratamente, e ne portava seco la chiave. Ed io che la vedeva passare la sua vita ravviluppata fra i libri, nel più profondo del mio cuore non osava già dolermi di lei, che non avrei avuta tanta mostruosità di forza, ma mi doleva incredibilmente del mio destino, che mi aveva appresentata a lei in forma tanto meschina, ch'ella non degnasse a porgermi anche in ciò quella mano soccorrevole ch'ella m'aveva porta in tutto il resto, e ritirarmi ella almeno, poichè quei due maestri non erano da tanto, dalla mia, com'io mi pensava, infelicissima ignoranza.

Ma quella mia più che madre, ve lo dirò con le parole medesime ch'ella usava dappoi nel raccontarmelo, aveva veduto che il mio ingegnuolo somigliava quei fertilissimi ma sodi e intatti terreni della Luisiana, abili a portare ogni frutto più dolce, ma pieni di sterpi e di spine, perchè mai la mano dell'uomo non li aveva esercitati. E lasciando a' due miei maestri ed alle tre mie amiche la fatica di rompere la prima volta il seno a questa terra, e dissodarla, e disveglierla; quando le parve tempo di spargervi i semi di quei frutti, ch'ella ne attendeva alla loro stagione, si accinse finalmente ella stessa alla bell'opera, che tale pare sempre la scienza a' suoi martiri; e cominciò ad essere la mia prima maestra.

L.

Suora Geltrude era nata d'un'illustre famiglia di Lione, dove era stata diligentissimamente educata. Ebbe la sventura di perdere nell'infanzia la sua madre; e però fu sempre pietosissima a noi che nè anche avevamo conosciuta la nostra, nè anche ne avevamo delibate le prime carezze, e i primi baci. Suo padre l'ebbe condotta giovinetta in Parigi; ed era di quelli che amavano il viver libero, non il vivere senza legge. Tanto bastò che entrambi fossero strascinati sulla piazza della Rivoluzione, ed ella tenuta coi pugnali nudi a occhi aperti e per le chiome a capo rialzato, acciocchè vedesse cadere dall'alto del patibolo il capo mozzo del padre. Mentre il carnefice tagliò il laccio, mentre la mannaia discese, il padre le inviò l'ultimo sguardo e le disse, addio: il capo, cadutole ai piedi, ruzzolando pronunziò la prima sillaba del nome di lei, e le sue chiome, ch'erano bionde, in un istante divennero canute fra le mani degli altri carnefici che gliele tenevano afferrate. Abbandonata a se stessa, stette in forse di voler morire. Ma un vecchio barba di lei la raccolse dalla morte, e la condusse pericolando in Napoli, dove il barba si ricongiunse in Dio al fratello, ed ella, nel monistero di Regina Coeli, si velò per sempre quegli occhi che avevano potuto vedere cosa tanto nefanda.

Tale era suora Geltrude. Pietosa alle mie sventure, m'aveva posto amore di madre, e m'aveva dalla miseria più estrema condotta a un vivere umano e discreto. Pietosa alla mia ignoranza, mi esercitò efficacemente nell'idioma francese e nell'italiano, che sonava rotondo sulle sue labbra come s'ella fosse nata di qua dalle chiuse dell'Alpi. E quando mi vide pratica di queste due chiavi dell'umano sapere, pietosa finalmente ai mali in che sarei potuta incorrere, se, concedendo al fato, ella m'avesse lasciato sola su questa terra, come colei ch'era troppo conoscente del mondo, delle sue tristizie e delle sue enormità, risolse, quella cognizione di esso ch'io non poteva acquistare col commercio, e ch'era pur sola bussola in così buio oceano, di farmela acquistare con la continua lezione degli scritti degli uomini grandi.

Erano corsi forse quindici mesi dal dì ch'io le viveva al fianco nell'alunnato, e un giorno ella prese a parlarmi così:

Tu credi, giovanetta inesperta, che l'andare i lunghi anni alle scuole e l'avere molti maestri, sia il cammino che conduce al sapere. E però, non essendoti accaduto, e per essere donna e per essere nelle condizioni che tu sei, di poter avere nè l'uno nè l'altro, credi di non poter mai più sapere nulla, e ne prendi una grandissima malinconia. Ma tu sei errata; sappi, o figliuola, che per l'ordinario le più grandi scuole e i più rinomati maestri sono come le scuole e i maestri che tu hai veduti qua dentro; e sappi che le medesime cagioni che hanno questi, hanno ancora quelli di sedere in sulla scranna magistrale. Io non ti dirò già che non si può sapere nulla al mondo: perchè questa grande e sola verità non è pane da poter masticare co' tuoi denti, nè da potere smaltire col tuo stomaco. Ma se tu vuoi conoscere le più eloquenti orazioni degli uomini sulla gran quantità ignota chiamata universo, e sulle altre più piccole che si contengono in esso, e, per adattarmi al tuo linguaggio, se tu vuoi sapere, tu non devi nè andare a scuola nè frequentare maestri. Cerca, se mai ti vien fatto una volta nella vita, di penetrare in una di queste grandi camere tutte a scaffali di libri, che si chiamano biblioteche. Quivi passa la tua vita a leggere dal primo insino all'ultimo volume che vi troverai. Poi raccogliti in te stessa, e pensa a tutto quello che t'hanno ragionato quei libri; e, pensando, abbi per fermo che non v'è libro al mondo tanto sublime che non contenga di molti errori, nè così meschino, che non contenga una qualche verità. Ed allora, fra tutte queste cose che avrai letto, vedrai alcune attenenze, poi alcune altre che non avevi vedute prima, e poi alcune altre ancora. Persevera nel tuo raccoglimento, e vedi quante più puoi di queste attenenze, e vedi, direi quasi, le sottoattenenze che queste attenenze medesime hanno fra loro. E così di sottoattenenze in sottoattenenze perverrai a pochissime attenenze primitive, cioè a pochissimi principii oltra i quali non potrai più procedere con l'intelletto; e crederai che quelli sieno il vero sapere, e sopra quelli reggerai la tua vita.

LI.

Poscia che suora Geltrude m'ebbe ragionato questo con un'aria di viso più grave del consueto, io che la mirai fisamente mentre ch'ella parlò, abbassai gli occhi cogitabonda; nè troppo mi sapeva risolvere, nè di quello ch'io le dovessi rispondere, nè di quello che le sue medesime parole mi volessero significare. Ma ella levandosi, mi prese dolcemente per mano, e condottami all'uno dei due grandi cassettoni ch'ella aveva dietro il suo letto nel fondo della stanza, e tirando fuori una dopo l'altre le tre cassette ch'erano collocate in quello, me le mostrò tutte piene di libri elegantemente legati, e mi disse: