E non m'astenni a questi pensieri di versare una lacrima sul primo amico della mia infanzia, su quel cane generoso e costante, che morì presso a quella buca per non abbandonarmi.
E così io fluttuava in un gran mare di cose e di pensieri, e leggeva tuttavia, e mai mai non era sazia.
LVII.
Ma vi novererò io tutti i libri che andai leggendo? Corsero quattro lunghi anni dal dì che suora Geltrude mi diede il primo libro, e mi parvero un lampo. Io posso dire che non v'è buon libro italiano o francese, ch'io non corressi anzi non istudiassi in quegli anni; e studiandolo, l'animo mio non s'informasse da esso. Ora, leggendo cose di scienze naturali, mi pareva che quello fosse unico e vero sapere. Ora, leggendo cose astratte e intellettuali, mi pareva che della natura delle cose a noi non fosse possibile di saper nulla, e le scienze naturali mi parevano più tosto una storia di fantasmi e d'apparizioni diverse, che un ordinamento di fatti; e le scienze intellettuali mi parevano la sola verità che fosse al mondo, perchè avevano il fondamento loro non nella natura delle cose, che ci è ignota, ma nelle deduzioni del nostro intelletto, delle quali potevamo conoscere tutta l'indole e tutti gli elementi; e perchè per mezzo di esse si poteva almeno pervenire a quella conclusione, che gli elementi dei fantasmi e delle apparizioni delle scienze naturali ci sono compiutamente sconosciuti. Ora, leggendo le vite degli uomini illustri di Plutarco, traslatate in francese dal d'Amiot, l'uomo mi pareva più che uomo, anzi la più bella cosa fra le cose create. Ora, leggendo non so che volgarizzamento delle vite de' Cesari di Svetonio, l'uomo mi pareva l'animale più nefario, anzi la più mostruosa fra tutte le cose create, o da poter creare nei più strani delirii della nostra fantasia. E sempre e in tutte le cose diversa oggi da quello ch'ero stata ieri, cominciai in processo di tempo e insensibilmente, quel che mai non mi sarei presupposta alle mie prime lezioni, a non avere più fede nè in quello che leggevo, nè nelle deduzioni ch'io vi veniva facendo sopra.
E nondimeno, fra tanto ondeggiare e tanto cozzarsi di pensieri e di opinioni contraddittorie, quella nube che mi s'era condensata intorno alla mente ed all'animo in sul mio primo mettermi per il gran mare della lettura, cominciò a poco a poco a dileguarsi. Dico almeno in proporzione ch'io cominciai a toglier fede a quello che leggevo. Perchè, insino che tutto quello che leggevo mi sembrò vero, ad ogni menoma contraddizione io era smarrita. E non potendo intendere come due veri potessero contraddirsi fra loro, davo la colpa a me di non aver bene inteso, e mi profondavo in una cupa meditazione, dove più andavo al fondo, e più mi si faceva buio. Ma quando cominciai ad avere un poco più fede nel mio intelletto, ed un poco meno in quel che leggevo, le contraddizioni anche più grandi nelle quali m'imbattevo non mi mettevano più tanta sollecitudine; e spesso anzi mi movevano a riso sulla vanità del sentenziare umano.
Poscia che quella nube mi si fu dileguata, io confesso che la mia vita cominciò a divenire quel che si dice comunemente una vita felice, e quel che a me piace di nominare più tosto una vita sopportabile. Io non abbondava, ma non mancava di nessuna delle cose necessarie alla vita materiale. E poichè, per legge inemendabile della natura umana, ai bisogni materiali soddisfatti sottentrano sempre i bisogni della mente e del cuore, a questi soddisfacevano in gran parte il ricamo, le mie tre compagne, i libri e suora Geltrude. Nè per la buona educazione e per il bene tutto insieme delle fanciulle, anzi di tutti i giovani universalmente, si può immaginare nulla di più savio, che quello che suora Geltrude mi diceva essere comunissimo in Francia, voglio dire, di non lasciar mai loro il tempo non dico solo d'annoiarsi, ma nè pure di guardare un momento solo in viso la vita. Essa è troppo pericoloso specchio a chi vi si mette dentro a rimirarsi. E più è viva la luce che brilla negli occhi che vi si mirano, più la riflessione di quello specchio li offende. L'animo che non trova più negli oggetti estrinsechi nè dove fermarsi, nè dove esercitare, e direi quasi disfogare, quella virtù operativa che il suo Creatore gli ha impressa, si ferma in se stesso, ed in se stesso la disfoga, e rivolge contra se quelle forze che il Creatore gli aveva date per domare la natura.
Nè però era compiuto tutto il gran vuoto del mio cuore. E spesso i fantasmi fugaci della prima età, e le speranze, o più tosto le immaginazioni di una felicità ignota e sovrumana, della quale io non sapeva rendere a me stessa nè il modo nè la forma, non mancavano di affacciarmisi alla fantasia, massime nei dì di primavera. Ma la fredda persuasione in cui ero precipitata, che tutto ciò che più si desidera al mondo o è impossibile a conseguire, o non è quale appare, o conseguíto non giova, uccideva subito quelle immaginazioni, e dissipava quei fantasmi. E ricredutami dell'impossibile, se non mi appagai del possibile, almeno mi v'acquetai; e cominciai a poter patire la vita.
LVIII.
Erano i primi dì dell'agosto dell'anno milleottocentoventisei, quando la Chiara fu impalmata da quel giovane di pelo rossiccio che registrava i nomi dei fanciulli che erano marchiati. Questo giovane, con quei quattrinelli che poteva raggranellare alla meglio, aveva compero un cavalletto calabrese, di questi che non direi già corrono, ma anzi volano, anzi saettano. S'aveva compero ancora uno di questi calessetti triangolari senza molle, che paiono seggiolini volanti. E appena aveva finito di scrivere all'ospizio, correva alla casa sua, ch'era quivi vicino, e rifocillatosi prestamente con qualche merenduzza, e sceso sulla via, attaccato da se stesso quel suo cavallino, che aveva allogato colà presso in una stalletta, montava il calessetto, e se ne andava snello snello ora a questo ora a quel contorno della città. Quivi menando il suo ronzino ora al trotto, ora all'ambio, ora al galoppo, sfidava quanti calessetti di quella fatta gli venivano scontrati. E quando era vincitore, tornava lieto, e rasciutta e governata la bestiuola, se n'andava tutto pettoruto al caffè al canto di Porta Nolana, ed entrando col cappello così un poco di traverso sul capo, faceva del bravo, e raccontava la sua ventura a certi ragazzoni che quivi la sera si riducevano a veglia. E quando era perdente, o teneva quatto quatto le vie più solitarie, o si riduceva in sul primo fare della sera alla sua casetta; e quivi sbuffato e pianto a suo bell'agio, ne andava a letto tutto svogliato e maninconoso.
Avvenne un dì che, essendosi sfidato in sulla via di Melito con chi non aveva meno voglia di lui di fiaccarsi il collo, se lo fiaccò veramente. Perchè la bestiuola, cacciata a tutta furia e troppo più che le sue forze finalmente non comportavano, guadagnò in prima la mano, e poi sfrenatasi e messasi in salti, si rivolse al calessetto e quello ribaltò; e il valente cocchiere si ruppe il capo e le braccia e le coscie, e s'altro aveva che fosse da rompere, se lo ruppe. Ricolto a gran pena da un fosso dov'era caduto, e trasportato per morto alla sua casetta, quando si fu risentito, tutto pieno il capo delle idee dell'ospizio, non fu tardo a botarsi alla Vergine Annunziata, che se risanava, senza voler più sapere di cavalli nè di calessi, avrebbe menata in isposa una sua figliuola. E risanato, nè già che non rimanesse un poco sciancato e monco dal lato destro e impedito al tutto del braccio sinistro, girò tutto l'ospizio, e restò preso dagli occhi ridenti della Chiara; la quale, così com'è il più delle fanciulle, rise prima della mellonaggine che appariva nel volto del giovane, e quando dalle costui svenevolezze s'accorse che quella mellonaggine poteva riuscire a matrimonio, fece le mostre d'aver sorriso alla molta venustà di lui.