Pervenimmo a Sant'Agata, e quindi al Garigliano, all'antico Liri, e non mi saziai di contemplare com'egli ancora morde le sponde taciturno. Fuggimmo di Mola, dell'antico Formio, ed io mirava estatica la collina a destra, ove Cicerone porse il collo a' sicarii di Antonio. Vidi Gaeta a sinistra, e mi sparì ch'ancora mi sonava nella memoria:

Ed ancor tu d'Enea fida nutrice:

che solo all'ombra adorata del Caro io debbo un tanto bene, di conoscere, se non è bestemmia a chi non sa latino, la divinità di Virgilio.

Varcammo ed Itri e Fondi, dove io vidi la via Appia ancora integra, e quelle mura che, già prima che Roma fosse, guardavano il cielo. Poscia Iddio ebbe pietà di noi: e la carrozza del Russo, dopo infiniti lanci, urtò in un gran petrone e si disfece. E poichè nessuno pericolò, benedetto Iddio, ci riducemmo tutti a piedi a Terracina.

LXXXVII.

Io non so per qual maledizione del cielo questo regno o è, o almeno appare, la più inospita e selvaggia fra le contrade che si domandano civili. Certo fra le tante contraddizioni della natura umana ch'io lessi o vidi o intesi, mai nessuna non m'apparve tanto inesplicabile. Qualunque più raro esempio o di bellezza, o d'ingegno, o di sapere, o d'umanità, o di coraggio, tutto quivi e fu abbondevolmente, ed ancora è. E nondimeno, a guardarlo tutto insieme, diresti che non v'è popolo nè più brutto, nè più sciocco, nè più ignorante, nè più inumano, nè più vile. Forse era vera la sentenza d'un ingegno assai spiritoso, che diceva, essere qui due popoli così l'uno dall'altro distinto, che niuna cosa fu mai tanto da un'altra; e l'uno avea il naso del pulcinella, e rappresentava quanto poteva essere di più abbietto e vile e abbominevole nella natura umana, e l'altro aveva il naso italiano, e rappresentava quanto poteva, non che essere, ma immaginarsi di più nobile e generoso e santo. Forse tutto è compenso nella natura, e quello che manca qui all'universale è più intenso negl'individui, che, simili ad altrettanti corpi gravi gittati qua e là in una gran massa liquida, affondano di loro proprio peso, e se una gran tempesta non li ritorna su, restano occulti in sempiterno. E forse, alla fine, la lunga servitù somiglia quel terreno sterile dove non ogni pianta alligna; ma quella che v'alligna, leva e distende più ardita le sue braccia al cielo, e con tanta e sì vigorosa vita che ha in se, pur sembra che indarno contrasti alla vittoriosa morte del deserto che l'è intorno.

Sul dorso d'un'albeggiante ed allegra montagna, che discende arditamente al mare ed ivi quasi s'affaccia e specchia, è una città più albeggiante ancora di quella montagna, ed anch'essa a quella abbracciata, discende e lava il piede nel mare. Ansure la chiamarono gli antichi, e noi Terracina; e sulla cima più eretta ancora grandeggiano le rovine d'un palagio di Teoderico, onde il Goto contemplava gran parte di quell'Italia stata già un dì il lontanissimo sospiro della sua giovanezza; e contemplava il mare, che ora riposando placido nel suo letto, ora muggendo e battendo furiosamente la montagna, rappresentava la vita del guerriero di ventura.

Era placido il mare quel dì, e il cielo appena rotto da qualche nube che pendeva amicamente su quel palagio, e noi pervenimmo a una piccola porta che congiunge il monte al mare, e si chiama goffamente Portello. Quivi vid'io l'ultima cosa oscena, una brutta spia, mal vestito, peggio calzato, che appena poteva la vita, tanto era sciancato e monco, con due occhi piccoli e scellerati nella fronte, che pareva la volpe stessa, e uno di que' nasi da pulcinella che dissi, e un cappello dieci volte più grande e più alto che non gli si diceva al capo. Ed un bambino, vero suo figliuolo per laidezza, gli piangeva dietro per fame; ed egli, mentre, che con orrendi calci e nefandissime bestemmie, da farne tremare il monte, e col pugno della destra, lo scacciava da se malmenando, stendeva come un animale salvatico la sinistra zampa a noi, e domandava con fiera voce i passaporti, e diceva a tutti uno per uno, guardandoci da quegli occhi cavi:

Tu chi sei? e chi sei tu?

Con una certa aria così infame da provocare il più santo anacoreta di Tebaide a un omicidio. Dio onnipotente! esclamai io, fa che sulla porta almeno di questa contrada sia un meno scortese portinaio! Il siniscalco gl'inzeppò la mano del passaporto e di molte grosse monete di cinque grani, ed egli cessò tosto d'agognare abbaiando, e si racquetò come cane che morde il pasto.