Il palazzo reale era ancora presidiato dalla truppa austriaca, la quale mantenevasi in relazione colla direzione di polizia, senza poter però trovarsi in communicazione col castello, perchè avendo spedito un ussero onde recar la nuova di quanto avveniva, questo era stato fermato dal popolo e fatto prigioniero.
Non esisteva quindi unità di azione, non conoscendosi da Radetzky quanto avveniva nell'interno della città, e ritenendo d'altronde le autorità e le truppe dell'interno che tutto si conoscesse in Castello.
Fatt'è che Radetzky, uscendo verso un'ora pomeridiana dalla casa Cagnola (ch'era situata in via Cusani e nella quale vi esisteva la Cancelleria militare) in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi ufficiali, vide chiudersi le porte delle case, le imposte delle botteghe, le persiane, ed osservò un confuso correr di gente, attrupparsi alcuni, altri fuggire come sovrastasse gran pericolo; talchè, avendo chiesta la ragione di quanto stranamente gli si presentava allo sguardo, gli fu risposto che era scoppiato serio tumulto popolare, e che forti masse eransi recate minacciose al governo, senza conoscerne i particolari e l'esito.
Riparatosi allor ben tosto in castello, vi s'incontrò col professor Menini e col commissario De Betta che, al primo sfavillar della sommossa, eransi colà rifugiati.
Alle confuse, ma appassionate notizie recate da quei due, Radetzky presumette troppo di vincere col terrore l'entusiasmo popolare, ed ideò allora di soffocare nel sangue ogni tentativo di rivoluzione, facendo marciare contro il popolo otto mila uomini, divisi in centosessanta compagnie di cinquant'uomini ciascuna, coll'ordine di spazzar colle armi le vie della città, portarsi a saccheggiare duecento case di signori, indicati dal De Betta come animati da sentimenti ostili al governo, mentre altri seimila uomini avrebbero avuto l'incarico di continuare l'opera dell'ordine col mezzo del sangue e del terrore, assicurando le comunicazioni delle varie strade interne ed esterne col castello.
Ma mentre si spedivano staffette militari da un punto all'altro per procurarsi notizie sul vero stato delle cose, impartire istruzioni, mantenere le communicazioni fra i diversi punti occupati dal militare, questi corrieri militari non giungevano poi mai alla loro destinazione, perchè venivano fermati ed arrestati dal popolo. In quell'occasione vennero intercettate due lettere che due figli del Vicerè si scambiavano, e nelle quali esternavasi il desiderio e la convinzione che Radetzky avrebbe bombardata Milano e domata la rivoluzione colle armi e coi patiboli.
Fortunatamente non solo le pietose intenzioni degli arciduchi non potettero aver realizzazione, ma nemmeno i disegni di Radetzky, ritenendosi da molti ch'egli venisse osteggiato da forti proteste de' suoi generali Walmoden e Woyna. Si limitò quindi il feld-maresciallo a spiegare innanzi al castello tutte le forze che aveva presso di sè, spingendone una parte lungo i bastioni e tenendo in pronto le artiglierie sugli spalti dei torrioni del castello. Spinse anche forti pattuglie nella città, le quali però trovarono precluso in varie parti il proseguimento di lor marcia.
Ciò avveniva per parte delle truppe del castello: prima di proseguire nel racconto di quanto avveniva nell'interno della città, riteniamo necessità storica di presentare un prospetto delle forze militari che in quel giorno si ritrovavano in Milano, a quali corpi appartenessero ed in quali caserme distribuite.
In Castello