«Intanto s'avanzava la notte; durante la quale, avemmo la visita d'un officiale d'artiglieria. Notava i nostri nomi, la nostra condizione e il nostro domicilio. Quell'ufficiale usò verso di noi modi scortesi e minaccevoli. Indi a poco, altra visita ci veniva d'un commissario di polizia, il quale ripeteva le stesse interrogazioni. Ma ciò che maggiormente ci dava fastidio erano le crudeli villanie dei soldati di guardia, i quali non rispettavano i sani nè i moribondi. Uno dei nostri stava spirando, e nella stretta della morte mandava qualche gemito. Incredibile a dirsi! il rantolo d'un morente era colpa avanti a quei soldati ubbriachi che lo ferirono di bajonetta.
«Come medico, fui richiesto quali fossero i feriti in condizione di essere trasportati all'ospitale. Accennai i meno gravi, cercando di porre in mezzo ad essi anche alcuni di quelli che, giunti in Castello, avrebbero corso pericolo di essere immediatamente moschettati. Intorno a un moribondo rimasi io col prete, non più liberi degli altri, ma solo per compiere il supremo dei doveri. Nè potrò obliar mai la scena dolorosa di cui dovetti essere attore. Coloro che venivano trasportati in Castello, fra i quali erano amici miei o conoscenti, credendomi lasciato libero, mi caricavano di messaggi per le famiglie loro. Erano figli, padri, fratelli, che, ignari del destino che li aspettava in Castello, pregavano andassi a confortare i parenti, a ragguagliarli del loro caso. Era un testamento quasi che affidavano alla mia memoria; nè sapevano che io pure aveva a correre più tardi lo stesso periglio.
«I prigionieri furono condotti in Castello in due stuoli. Primi ad avviarsi furono quelli che eransi côlti nelle sale del delegato e nei cortili: erano da centoventi; furono fatti discendere verso mezzanotte, ed ordinati in fila, a due a due, uscirono, preceduti e seguiti da cannoni e da una triplice siepe di soldati. Dipoi si facevano uscire allo stesso modo quelli côlti nell'infermeria: quaranta circa. Tennero nell'andare in Castello le vie S. Nazaro Pietrasanta, Rovello e Cusani. Durante il tragitto ebbero a patire offese d'ogni maniera; si mandavano innanzi a furia di percosse; si manacciava loro la fucilazione, la forca. I croati, storpiando la nostra favella, andavano gridando: «Subito piccara.» I feriti che mal potevano camminare, quelli che pel selciato smosso o per l'ingombro delle tegole inciampavano, erano mandati innanzi a calciate di fucili, o a pugni sul volto. Ed era tanto quel pazzo furore, che quei soldati i quali, per la lontananza, non giungevano a percuotere i prigionieri, lanciavano loro addosso frammenti di tegole e manate di fango. I più lontani urtavano i compagni, perchè l'urto andasse a cadere sui prigionieri. Insomma la via dal Broletto al Castello fu un cumulo di strazii e vituperii; una nuova via di passione.
«Uscita la maggior parte dei prigionieri, il Broletto venne occupato militarmente. Si appostarono soldati alle porte, alle finestre, nei corridoi, perfino sui tetti. Nei cortili, nelle sale municipali, i soldati si posero a bivacco. Non è a dirsi qual mostra facessero di sè quei ceffi bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore: guastavano, rompevano armadii e suppellettili, e ciò che non poteva portarsi via si gettava nel fuoco. Bestemmie e vituperii accompagnavano quella scena. L'infermeria era assiduamente vigilata. Il prete era quello che più aveva a patire per i mali trattamenti dei soldati. Per essi egli rappresentava Pio IX; nè valeva che egli si gettasse ai piedi di quei soldati bestiali, onde ammansarli. Nè i feriti erano trattati meglio; le sentinelle li frugavano per ogni canto: li derubavano di quanto ancora veniva loro alle mani. Ma la maggior briga era per le armi nascoste. Alcuni dei nostri, prima d'andare al Castello, avevano celato tra i materassi qualche pistola; e allorchè i soldati le trovavano, vomitavano minaccie di morte contro il prete o il medico. Gli stessi ferri della mia professione non poterono andar salvi dalla rapina. Senza dar retta alle loro minaccie, ancorchè privo de' miei ferri, badava al mio dovere. Vennero poi alcuni officiali a visitare i prigionieri rimasti, e quasi per derisione vantavano umanità. Ma di qual sorte la si fosse, io lo vidi cogli occhi miei nelle camere del delegato.
«Erano tramutate in caserma. Senza badare a sua moglie, ad un vecchio fratello, ai figli, tutti ancora bambini, gli officiali se ne stavano sdrajati sui letti nelle guise più sconcie, senza darsi pensiero alcuno della presenza d'una famiglia. In mezzo allo spavento delle donne, ai sospiri dei moribondi, al rumore delle moschettate, qualche officiale si mise perfino a suonare il cembalo quasi a scherno.
«Dal Broletto uscivano spesso compagnie di soldati per fare provvigioni; giravano nelle vicinanze a disfar barricate e tenere aperta una communicazione col Castello. Il Broletto era divenuto il quartier generale che doveva tenere la città.
«Era la domenica; ignoravamo ciò che seguisse nelle altre parti della città: pioveva a dirotto, ma in mezzo al tempestar del cielo udivasi l'incessante spesseggiar della moschetteria e più lontano il cannone. Il popolo combatteva dunque ancora. Udimmo il suono delle campane di S. Nazaro Pietrasanta e di S. Tomaso, vicinissime. L'insurrezione fremea dunque ben presso ai nostri nemici. Erano spesso portati in Broletto nuovi feriti austriaci. Le fucilate del popolo penetrarono persino nelle nostre sale.
«I soldati, impauriti, erano tutti alle finestre per rispondere al fuoco. Il Broletto era accerchiato da tutte le bande. Le communicazioni, rotte col resto della città, rimanevano aperte solo dal lato del Castello, e anche queste erano minacciate di chiudersi tra le spire delle crescenti barricate. Tennero consiglio, e decisero di riparare in Castello, trascinando seco anche i pochi prigionieri rimasti. Sonava l'ora della partenza: ora trista per noi, perchè non ci lasciava vedere la vittoria del popolo, ed anzi ci metteva in balia della vendetta tedesca. Era verso le sei del mattino del lunedì (terzo giorno). Ci raccolsero tutti in una cucina al terreno, ed ivi, mentendo come al solito, annunciavano che, per occupare essi tutto il palazzo, dovevano condurci cogli altri in Castello!
«Uscimmo preceduti dai cannoni, in mezzo alle file dei soldati, ora dimessi e paurosi. Io mi trovava con un altro medico e il prete, al quale non valsero, per esimerlo da quello strazio, le convulsioni che lo avevano assalito. Io portava meco una bambina di tre anni, che la moglie del delegato, piangendo, mi poneva tra le braccia. Mi seguiva il cognato della signora, vecchio, mal fermo. Passavamo per S. Nazaro, il Rovello e Contrada Cusani.