Nello stesso modo che sovra il disco lunare l'astronomo contempla il riverbero diurno d'un altro emisfero, i due giovanetti contemplavano nella luna il raggio riflesso del loro timido amore.

Elisenda ruppe prima il silenzio dicendo:—Principe, volete seguirmi nell'oratorio?—e s'incamminò verso una gradinata fosca; Estebano la seguì.

Salirono nel buio l'uno dietro l'altra senza più dir parola.

Giunti al culmine della torre, Elisenda spinse una porta ferrata e grave che ricadde dietro i passi d'Estebano.

Eccoli nell'oratorio.

Il cero santo arde per la morte del nonno ed illumina solo il religioso recinto.

È l'oratorio situato sulla più elevata parte del castello; le pareti ottangolari tese di velluto viola, fiocamente illuminate, sembrano quasi nere e i loro angoli vi si confondono tanto da produrre all'occhio di chi entra l'aspetto d'una costruzione conica. Di fronte all'ingresso sta l'altare innalzato su tre vasti scaglioni coperti da molle e prezioso tappeto. Sopra l'altare è appeso un lunghissimo quadro. Due faccie magre guardano dall'alto della nerissima tela. A piedi del dipinto si legge in lettere gialle questa scritta:—el matrimonio de doña Uraca de Castiglia et Alfonso de Aragon.—Più sotto la data 1144. Le figure del quadro sono quasi interamente sommerse in una caligine che arriva loro alla bocca, né più s'indovina quale fosse lo sposo e quale fosse la sposa di quell'antico imeneo. Tutti e due hanno negli occhi lo sguardo esterrefatto dei naufraghi e par che presentino l'irrevocabile sollevamento del livello di tenebre che li affoga. Né una mano, né una collana, né l'impugnatura d'un brando traspare attraverso il sudario nero che li va coprendo. Pure in mezzo ad essi si stacca dal buio la linea d'un cero alto ben sette cubiti.

L'ironia del tempo che parla da ogni cosa surta per mano d'uomo, sembra qui voler paragonare quel lungo cero dipinto all'altro rimasuglio di torcia che arde nel mezzo della cappella e che non ha più d'un palmo d'altezza. L'ironia diventa più bieca quando si sappia che uno è l'immagine intiera dell'altro. I secoli consumarono il cero ardente come consumarono i due monarchi effigiati nel quadro; l'ombra salì su questo, la luce calò su quello.

Fra le modanature dell'altare si vedono scolpite le parole mensa regia.

Un messale d'argento massiccio è aperto a sinistra del ciborio. Agli otto angoli della cappella pendono o giacciono stole, turiboli, spade, morioni, flabelli, palii, clamidi, rosarii, farraginosamente accumulati. Su tre ampli cuscini, disposti rasente l'orlo del più alto gradino della mensa regia, riposano due corone e una mitria.