Certo, sono diventato loquace per ciò solo che non diffido più della mia lingua. Se quando potevo parlare non osavo intrattenermi teco d'altra materia meno esatta che non fosse la nostra scienza, credi che la ragione di ciò non è da ricercarsi in nessuna titubanza o in nessun disdegno ch'io m'avessi di confidarmi teco, anzi la mia natura mi ha sempre spinto all'espansione fino dagli anni più teneri. Mi astenevo solo perché m'è sempre parso che la parola dovesse molto o poco travisare l'intenzione dell'affetto, e per omaggio all'affetto stesso frenavo lo slancio interno che mi trascinava ad espandermi. La vergogna dell'arrischiare, parlando, di commovermi più che non s'addicesse a filosofo, mi tratteneva anche. Fin da quando compresi d'esser uomo, mi studiai di raggiungere quella forza morale che Confucio chiama l'irremovibilità del cuore, e in parte, a prezzo d'angoscia, la conquistai. Fin da quando lessi in Mencio che Kao-tse non si lasciava scuotere da emozione alcuna, mi studiai di possedere così solenne impassibilità. Io so fin dove posso paragonarmi a Kao-tse.

Molte, anche fortissime azioni so di potere pacificamente compiere; altre poche e in apparenza semplici, no. Pure fin che avrò vita lotterò contro me stesso come un ginnasta e trionferò di codeste ultime fiacchezze per le quali a volte mi giaccio.

Fu una di queste fiacchezze la fatale occasione della vertigine che mi colse il dì della nuova luna, mentre stavo calcolando sulla tavola d'avorio, in presenza tua e d'altri miei colleghi e discepoli e del venerabile Kung-sie, l'altezza dell'obelisco di Wei. Ti rammenti che in quel calcolo vi fu un punto in cui io volli generalizzare le mie dimostrazioni a tutte le forme trapezoidali? Ti rammenterai anche, o Meng-pen, che dopo aver disegnato col carbone tre lati d'un trapezio, mentre stavo tracciandone la base, dicendo queste parole:—il trapezio, come sapete, è una figura piana di quattro lati ineguali, due dei quali sono paralleli…—mi turbai un poco, e quando soggiunsi:—benché lo trapezoide differisca dal trapezio…,—svenni; poi mi ridestasti mutolo.

I medici hanno ricercata la causa della mia malattia nel sangue, e credo che abbiano ragione; e so anche di certo che questa infermità mi sarebbe un dì o l'altro capitata per la gravezza dei miei anni; ma so pure che non la causa, ma l'occasione per la quale mi accadde ciò, fu il trapezio.

Sappi dunque, mio dilettissimo Meng-pen, che in mezzo secolo ch'io ammaestro le generazioni nelle matematiche, non ho mai potuto descrivere un trapezio senza confusione dei miei spiriti vitali.

Se alzo gli occhi dalla carta vedo che Meng-pen mi osserva con meraviglia e quasi con incredulità e alterna lo sguardo or sulla mia scrittura or sul mio volto per tema ch'io vaneggi. Onesto Meng-pen, rassicurati. Se ti fosse noto un segreto della mia giovinezza, ti sarebbe manifesta l'origine di quella ubbia strana del trapezio, ubbia che ora soltanto incomincio a domare appunto perché provocò in me una crisi violenta.

Tranquillizzati, amico; penetro nel desiderio che mi nascondi e lo trovo concorde al mio. Nessuno è degno più di te di fiducia. Ti ho insegnato tutte le scienze che possiedo. Sei giunto alla maturità della ragione, sai osservare, discutere, ascoltare, entrare ed uscire secondo il libro dei riti. Tu sacrifichi la tua giovinezza alla mia vecchiaia, la tua salute alla mia infermità; è troppo giusto che tu sappi una avventura che a questa infermità pare strettamente legata.

Quante ore mancano alla cena?

Sta bene. Chiudi l'uscio a chiave. Riaccendi la lampada del thè. Porgimi la cartella di lacca. Avvicina lo scranno di bambù che sta davanti il terrazzo. Siedi. Io scriverò sulle mie ginocchia; ti permetto di appoggiare la testa sul dorso del mio seggiolone; potrai scorgere così più agevolmente i caratteri.

Leggi attento. Incomincio.