Pure sentivo che quella vita di mare non poteva essere che passeggiera per me, e benché mi rammentassi quelle parole di mia madre:—Diventerai un grande navigatore,—pensavo che l'arte marinaresca non sarebbe stata il mio destino, dacché nessuno s'occupava ad istruirmi in quella, né il gin-mù esigeva da me fatica di sorta sul vascello, e da ciò mi risultava ancora più evidente l'inganno in cui doveva esser caduta la madre. La madre! ed allora mille incertezze assai più crudeli mi assalivano e pensavo:—Quella affettuosa donna mi allontanò dalle sue braccia per causa della carestia che infieriva; mi salvò così dalla fame; diede il suo oro per salvarmi, quel poco d'oro che essa aveva raccolto con tanto sacrificio di lavoro e di astinenze: il pericolo dunque doveva essere estremo, la necessità ineluttabile. Dunque, se mia madre sofferse ch'io mi distaccassi da lei, è segno che vivere in due non si poteva; fuggire in due, neanche; ma essa?—E mi si parava davanti alla memoria, terribile, il granaio deserto e quegli ultimi ping di riso misurati dalla povera donna piangente. Una deduzione orrenda sorgeva sempre alla fine di questi pensieri. Allora, per isfuggire dallo sguardo degli uomini, salivo al mio rifugio, l'albero maestro, e mi sedevo non più sull'antenna, bensì sulla cima stessa dell'immenso pino, come un augello che più sale volando e più si salva. Quando l'angoscia persisteva, quando quella immersione nell'azzurro non bastava a calmarmi, afferravo colle mani la punta dell'albero e mi abbandonavo con tutto il corpo penzolante a seconda del vento e rimanevo così finché le forze me lo permettevano. Quella stiracchiatura di muscoli violenta distraeva l'ansia del pensiero.

Spesso Ramàr, che mi vedeva dal ponte e che credeva ch'io facessi per giocare, mi raggiungeva. Allora s'incominciava una sequela di evoluzioni ginnastiche stranissime, portentose, egli ridente, io piangente quasi ed in preda ad una specie d'esasperazione nervosa. Ciò che mi affascinava in quelle evoluzioni altissime e pazze era l'imminenza del pericolo. I marinai sul ponte ci ammiravano beffandoci. Un giorno m'accadde di compiere una prodezza che mi valse, per così dire, il loro rispetto.

Quel giorno io me stavo accovacciato presso la bussola, studiando le oscillazioni dell'ago magnetico, quando mi scosse un gaio vociar della ciurma. Mi avvicinai ad un crocchio di mozzi; costoro guardavano in alto qualcosa che destava la loro curiosità. Era uno di quegli uccelli gialli di montagna che noi chiamiamo mièn-man, smarrito non so come nei deserti del mare; s'era posato sull'albero di prora, stanco, sfinito, immobile. La ciurma proponeva un premio a chi avrebbe atterrato quell'uccello. Il gin-mù, a cui, in quel dì, sorrideva l'umore, permise la gara. Si caricarono i fucili, la mira appariva difficilissima per la piccolezza del mièn-man e per l'altezza ove posava. Tutti tirarono e sbagliarono il loro colpo. Ad ogni fucilata il mièn-man fuggiva dall'albero con ala incerta, girovagava per l'aria, poi, spossato, si riduceva sul primo appoggio. Dopo l'ultimo colpo io corsi a cercare la mia frombola che avevo portato meco, la armai d'una grossa palla di piombo e mi posi nell'atteggiamento di chi compie un calcolo mentale, fisso coll'occhio al mio bersaglio. I marinai, il gin-mù e il padrone di Ramàr mi contemplavano ironicamente. Convien qui notare che il colpire colla frombola un bersaglio piccolo, alto e lontano è ardua impresa per i più esperti, giacché la parabola del proiettile varia secondo il peso e lo slancio. Pure, dopo due giri di corda, feci scattare la palla ed il mièn-man cadde morto in mare. Un applauso scoppiò dalla ciurma. Io vinsi il premio, che era una moneta d'argento.

Il padrone di Ramàr mi pose la sua poderosa palma sulla spalla in segno di approvazione; poi s'allontanò sollecito col gin-mù a fianco.

Il giorno dopo di quel fatto, all'alba, vidi una linea biancastra all'estremo dell'orizzonte sul mare, lontanissima, immobile. Vidi poi a poco a poco questa linea ingrossare da un lato, diminuire dall'altro. Percepii alcuni vaghi contorni di montagna. Era la terra, e quale terra? Lo ignoravo; pure m'invase una gran gioia. La terra mi rappresentava una meta qualunque e ciò mi bastava per rasserenarmi. In quella meta io costruivo già le mie speranze, i miei progetti.

Il vento ci spingeva verso la costa con una rapidità prodigiosa. Un paese incantevole s'offerse ai miei occhi verdeggiante, luminoso. Una piccola città appariva sulla spiaggia; i marinai la segnavano col dito dicendo la parola Callao. Poco dopo ci trovammo alla foce di un gran fiume che si chiamava Rimàc. Questi nomi risuonavano stranamente al mio orecchio. Ci mettemmo nel fiume a vele sciolte, navigando fra due spalliere di colli meravigliosi. Verso il cader del sole apparve sulla spiaggia immensa del fiume una strana città, rosseggiante come le nubi del tramonto che infocavano l'orizzonte. Le sue case parevano tinte di sangue. Era Lima. Quel paese si chiamava Perù.

Nella confusione dei marinai e dei mozzi che preparavano il vascello per lo sbarco, il gin-mù mi chiamò, mi prese per mano, poi mi condusse davanti al padrone di Ramàr dicendogli:—Sir William Wood, ecco Yao.

Un'ora dopo percorrevo le contrade di Lima col piccolo Ramàr, condotti entrambi per mano del gigantesco sir Wood.

Attraversammo un largo viale costeggiato da salici e da aranci; poi ci mettemmo per una immensa piazza nel cui mezzo appariva una colonna di bronzo; su questa colonna s'ergeva una statua mirabile per la solennità del suo atteggiamento. Non potei trattenermi dal dire a Ramàr, sottovoce, accennando alla colonna:—Ventidue piedi di altezza.—Sir William che m'aveva udito, mi chiese:—Come fai a saperlo?—Io risposi:—Gli occhi sono le due punte del compasso mentale.—Poi drizzando il gesto alla statua, esclamai:—La Gloria.—-Quella statua impugnava una immensa tromba e dalle fiere gote pareva che vi soffiasse dentro uno spiro possente. Dal padiglione della tuba sgorgava una cascata d'acqua perpendicolare, che si raccoglieva in una vasca, a' piedi della colonna. Io, pur camminando, non istaccavo gli occhi da quel bronzo effigiato e lo ammiravo e m'aggiravo già col pensiero nei forti sogni dell'orgoglio. Lo scroscio di quella fontana percoteva l'aria come un grido incessante di trionfo; io pensavo:—Se quella fontana non inaridisce mai, l'artefice che la ideò conobbe realmente il concetto della vera gloria.—Sentivo il bisogno di dare al mio nome il rimbombo continuo di quell'acqua. Interrogavo l'animo mio: la nuova terra che calpestavo, aveva ridestato in me quella personalità che s'era un poco assopita in mezzo alla vaga immensità del mare. Il mio individuo intellettuale e morale ringagliardiva tutto al contatto del suolo, come una fronda. Stringevo sotto l'ascella, gelosamente, Mencio e Confucio. Mi passava per la memoria un capitolo del Lun-yu, dove è scritto:—Convien por mente alla professione che si vuole abbracciare; tutta la nostra esistenza s'informerà da quella. Lo scopo dell'uomo che fa delle freccie, è di ferire gli uomini; lo scopo di quello che fabbrica delle corazze e degli scudi, è d'impedire che gli uomini siano feriti.—Questo versetto, che ricordavo, mi dimostrava come lo scopo di tutte le opere umane sia beneficamente o maleficamente fatale. Sentivo la gravità di questa sentenza piuttosto dal punto di vista filosofico che dal punto di vista umanitario. Ferire gli uomini o impedire che sieno feriti, pensavo che erano due scopi opposti, ma non concedevo a questi due scopi una grave importanza per ciò ch'essi riguardassero gli uomini, ma per ciò ch'essi mi rappresentavano due moti elementari e contrarii delle facoltà umane.

Interpretato a questo modo, il versetto di Confucio mi appariva in tutta la sua chiara maestà, ed io già mi schieravo tra i feritori della parabola. Sì, ferire, cogliere nel centro con una freccia o con un'idea, una cosa o un problema, o un'occasione o un bersaglio, un astro, un cerchio, o il cuore di un mièn-man o il cuore di un uomo, era per me, fin d'allora, un solo fatto fisico, un solo fatto intellettuale. Il Centro (to tschiung): in questa parola sentivo spuntare la vocazione della mia esistenza. Ripetevo mentalmente queste parole del libro sacro:—Il giusto mezzo non è colto: il dotto lo oltrepassa, l'ignorante nol giunge. Oltrepassare il segno non è coglierlo.—Ma io lo coglierò,—soggiungevo entro me, e i miei pensieri affluivano tutti a questo ideale di giustizia e di moderazione con accanimento feroce.