—O buon Ramàr,—pensavo—, sarebbe stato assai meglio che quella fanciulla, non ti fosse apparsa mai, perché ora tu non saresti qui, tremebondo, col cranio spaccato. Yao solo sapeva stornare i pericoli dalla tua testa, il suo occhio vigilava su te, cauto ed acuto, la vertigine non ti coglieva guardandolo, e quando insieme al tuo vecchio amico ti dondolavi nell'aria, sospeso ai cordami del circo, eri più sicuro che in una culla.
I miei pensieri erano accompagnati da un picchio uniforme come d'una grossa goccia cadente, ad ogni minuto secondo, in una vasca metallica colla regolarità d'un oriolo ad acqua.
Già la mia mente incominciava ad essere distratta dalle cose esterne, quando udii queste frasi staccate proferite da diverse labbra:
—Tentativi inutili!
—Sostengo che il deliquio era vinto…
—Ora si tratta stagnare il dissanguamento.
—Avrei bisogno d'una mano paziente e ferma.
—La mia!—esclamai, sorgendo dallo scanno su cui stavo ed avvicinandomi al letto d'Ambra.
—Pigliatelo in parola,—disse William Wood ai medici, accennando alla mia persona.
Fu collocata una sedia fra il letto d'Ambra e quello di Ramàr; poscia uno di que' medici osservò attentamente l'epiderme delle mie palme, prese la mia mano sinistra e la collocò in modo che il grosso del metacarpo aderisse fortemente alla vena aperta del braccio d'Ambra, e m'invitò a sedere. Indi rivolto a' suoi colleghi, disse: