parla come il Bruto del Giulio Cesare; e quando, vedendo la moglie di Marat, Carlotta esclama:
Grand Dieu, sa femme—on l'aime!
s'innalza per un momento alla grandezza di Shakespeare e alla sublimità del vero.
Ponsard è, in fondo, più romantico che classico, benché un'opinione opposta corra nei giudizi del pubblico.
Ponsard non ha di classico che l'alessandrino misurato soverchiamente, colla cesura troppo sentita, artifiziale benché splendido; ma l'istinto dell'ingegno suo è liberissimo.
Nessuna convenzione di scuola in questo poeta, nessun legame, nessun pregiudizio; le unità di tempo, le unità di luogo sono bandite dalla sua scena.
Pure il pubblico che lo sa de l'Académie, vuole che sieno academiche tutte le cose ch'ei scrive.
Se Ponsard è classico, lo è come è classica la rivoluzione francese che racconta: nel senso più profondo della parola.
Il Lion amoureux è un'opera d'arte perfetta. Caratteri stupendi, azione potente, dialogo meraviglioso, e di più, color locale fortissimo; ecco i pregi di questo lavoro che è commedia, dramma, tragedia nello stesso tempo senza che sia lesa l'unità severa e quasi epica del componimento. È commedia se si pensa all'azione, dramma se si pensa ai caratteri, tragedia se si pensa al tempo. Ponsard la chiamò commedia, e fece bene, essendo il nodo principale dell'intreccio sciolto felicemente all'ultimo atto.
Il Lion amoureux è Humbert, un membro della Convenzione, una specie di Saint-Just dei Girondins, una specie di Enjoleras dei Misérables, un idolatra della patria e della libertà che si crede inaccessibile a qualunque altra passione, un gladiatore del cuore. Egli passò in mezzo alle sirene senza smarrirsi, guardò inviso le Armide e le Circi senza sentirsi infiacchito. Egli, incatenatore dei re, non crede alle catene della donna. Così pensa la superba anima sua. Ma la donna apparisce e Humbert è vinto.