[179]. Il Canello, in quel suo ingegnoso capitolo sulla Vita privata del Cinquecento, che è il secondo della Storia della letteratura italiana del secolo XVI (Milano, 1880), sostenne, tra l’altro (pp. 20-2), che il vizio decrebbe nel Cinquecento, anzi cessò pressochè interamente. È questa una opinione in tutto erronea. Il vizio crebbe anzi a dismisura, e una delle ragioni del suo crescere fu il propagarsi della sifilide.
[180]. Lettere, vol. I, f. 85 v.
[181]. Giovanni Burchard descrive la seguente mascherata fatta in Roma nel decembre del 1502 (Diarium sive rerum urbanarum commentarii, ediz. di Parigi, 1883-5, t. III, p. 227): «Post prandium iverunt ad plateam S. Petri triginta mascherati habentes nasos longos et grossos in formam priaporum sive membrorum virilium in magna quantitate, precedente valisia cardinalari habente scutum cum tribus taxillis, quam sequebantur scutiferi et illos mallerii, post quos equitavit unus in veste longa e capello antiquo cardinalari: etiam mallerii equitabant asinos, et aliqui eorum tam parvos quod pedibus eorum terram tangebant et simul cum asinis ambulabant, illis insidentes. Ascenderunt ad plateolam inter portam palatii et audientiam ubi ostenderunt se Pape qui erat in fenestra supra portam in logia Paulina; deinde equitaverunt per totam Urbem». Di così bella mascherata, della quale si sarà compiaciuto non poco il sollazzevole papa Alessandro, non fa cenno l’Ademollo nel libro suo Alessandro VI, Giulio II e Leone X nel carnevale di Roma, Firenze, 1886.
[182]. Bernardino Arelio parla di una Puttana errante e la sua lettera è del 17 d’ottobre del 1531. Il poema del Veniero venne fuori appunto in quel torno di tempo; però è da creder senz’altro che ad esso alluda l’Arelio.
[183]. Qui mi bisogna intrattener di me, per un istante il lettore. Il sig. Carlo Dejob, nel suo recente libro De l’influence du Concile de Trente sur la littérature et le beaux-arts chez les peuples catholiques (Parigi, 1884), attribuisce a me (cap. VI, pp. 275 sgg.) le stesse opinioni professate dal Canello circa la pretesa rigenerazione morale d’Italia nel Cinquecento, e me le attribuisce in grazia di uno scritto vecchio già d’una decina d’anni, e che io non avrei mai immaginato dovesse procurarmi una così fatta sorpresa. (Vedi ne’ miei Studii drammatici, Torino, 1878, lo studio intitolato Tre commedie italiane del Cinquecento). Non so come il sig. Dejob abbia lette quelle pagine; so che io non pensava allora della moralità del Cinquecento diversamente da ora. Se poi egli non riesce a vedere la satira morale nè nella Mandragola del Machiavelli, nè nel Candelajo di Giordano Bruno, la colpa veramente non è mia.
[184]. Vedi un documento di vivo e delicato amor paterno nella lettera a Sebastiano del Piombo, vol. I, f. 114 v.
[185]. Vedi G. Lafenestre, La vie et l’œuvre de Titien, Parigi, (1886), pp. 124-6.
[186]. Lettere, vol. IV, f. 184 v.
[187]. Lettere, vol. I, f. 42 v.
[188]. Lettere, vol. I, f. 56 v.