Tanto superbe in la romana corte
Che a pena a Dio se dava tanto onore.
[471]. Rainaldi, Annales ecclesiastici, t. XXX, p. 152. L’usanza non ebbe a cessar così presto, e non doveva essere molto lungi dal vero Agrippa di Nettesheim, quando affermava che i prelati in Roma avevano tra gli altri benefizii, anche i redditi che traevano dai postriboli (De incert. et van. omn. scient., cap. LXIV).
[472]. Ap. Eccard, Corpus historicorum medii aevi, t. II, p. 1997.
[473]. Si trova nelle varie stampe del Terzo libro dell’opere burlesche di M. Francesco Berni e di altri. Sembra che le cortigiane di Roma non lasciassero di far gazzarra nemmeno negli anni santi. Ai 7 di febbrajo del 1525, anno di Giubileo, Francesco Gonzaga, ambasciatore del Duca di Mantova a Roma, scriveva a Jacopo Calandra, segretario del medesimo Duca: «Noi stemo qui menando vita veramente religiosa, però che par un convento di frati, che vivesi in un’osservanzia mirabile; eccetto che le cortigiane non mancano de l’officio loro, ancor che parà che mal si convenga in questo anno santo; ma tanto seria possibile a dar rimedio a questo, quanto ad levar la proprietà a le cose produtte da la natura; sicchè è forza che il mondo vaddi in questa parte secondo il solito». (A. Baschet, Documenti inediti su Pietro Aretino, in Arch. stor. ital., serie III, t. III, parte 2ª, p. 121). Se dunque mancavano alla corte di Roma le nobili e colte dame, come lamentava il Bibbiena in una sua lettera a Giuliano de’ Medici (Lettere di principi, Venezia, 1581, lib. I, f. 16 v.) tale mancamento non era in tutto senza compenso.
[474]. La Via dei Banchi era allora la principale di Roma, e perciò la più frequentata dalle cortigiane. Delle cortigiane più famose che vissero in Roma nella prima e nella seconda metà del Cinquecento, si han notizie parecchie, e si potrebbe, volendo, farne l’elenco. Di quelle che fiorirono ai tempi di Leone X reca i nomi il già citato Censimento. Per gli anni che seguono ne ricordano molte il Ragionamento fra il Zoppino fatto frate, ecc., il Trionfo della lussuria di maestro Pasquino, dove assai terzine sono spese in farne la enumerazione; l’introvabile libro intitolato Angitia cortigiana, De la natura del cortigiano, Roma, 1540. (Alcuni estratti in Œuvres choisies de P. Arétin, traduites de l’italien pour la première fois avec des notes par P. L. Jacob bibliophile, Parigi, 1845). Per la seconda metà del secolo si hanno alcuni nomi in una lettera del Calmo, Alla Signora Romana, Le lettere, I, IV, lett. 13, p. 279.
[475]. Diarii, t. VIII, col. 414.
[476]. Pasquillorum tomi duo, Basilea, 1544, t. I, p. 23. Più altri tolsero da quei due nomi di Venezia e di Venere occasione di bisticcio. Delle donne veneziane disse il francese Germano Audebert, nel suo poema Venetiae, l. I (ediz. di Venezia, 1583, p. 15):
Veneres discrimine parvo
Et Venetae distant.