Ma la virtù sua principale fu la liberalità. «Se», scriveva egli al cardinal di Trento, «io potessi tanto dare, quanto mi è forza ricevere, il mio animo mostrerebbe quel ch’egli è, e non ciò ch’ei pare»[192]. In una lettera a Giambattista Castaldo, parlando di certo furto che gli era stato fatto, dice: «Ma Dio lo perdoni a chi assassina me, che do a ognuno quel ch’io ho: per ciò mai niente ho, nè averò, se non cambio vezzo: la qual cosa non è possibile, perchè io ebbi la prodigalità per dota, come la maggior parte degli uomini ha l’avarizia»[193]; e la liberalità chiamava una virtù di natura con arte[194]. A quella sua idolatrata Perina Riccia, che dei molti benefizii, e del grandissimo amore, doveva poi mostrarglisi tanto ingrata, scriveva «che il vedersi manicar l’ossa è il trionfo di una generosa natura e non d’una sontuosa boria»[195]. Dava quattrini a comari, a soldati, a bisognosi d’ogni sorta, e si scusava del poco e del tardi: persin delle vesti si privava a comodo degli amici, e rimaneva «dispogliato in casa i sei e gli otto giorni»[196]. Ad amici e protettori mandava piccoli presenti o grossi donativi, e al duca di Mantova si vantava di aver regalato per più migliaja di scudi[197]. Che assai volte egli facesse ciò con mire interessate non si può negare; ma è ingiusto dire che nol faceva per altro; è ingiusto non tener conto di quella sua prodigalità istintiva, di quelle sue inclinazioni da gran signore che abbiamo già notate, e che gli facevano dire: «A me piacciono i filosofi signorili e pieni di nobili maniere»[198]. La sua casa era un porto di mare, dove capitava ogni specie di gente, soldati male in arnese, pellegrini afflitti, letterati affamati, e ogni sorta di cavalieri erranti. E ciò è confermato dal Doni e da Scipione Ammirato. I servitori cani ci rubavano a man salva. Ad un amico che lo esortava ad essere meno prodigo e a curar meglio gl’interessi, scriveva: «Mai non sarà vero ch’io serri alle turbe quell’osteria che gli è stata aperta 18 anni»[199]. E così spese nel corso di sua vita meglio di 70,000 scudi, grossissima somma a quei tempi.
Ma non si vuole ammettere che l’Aretino potesse far cosa buona; non si vuol credere che sotto a quei panni ch’egli si procacciava col suo tristo mestiere potesse esserci un po’ di cuore. La sua generosità, dice il signor conte Giammaria Mazzuchelli, muove dalla sua ambizione[200]. Leggendo della prodigalità dell’Aretino, ci torna in mente quel marchese Alberto Malaspina, trovatore nostro, che rubava alla strada per aver modo di regalare. Ma l’Aretino fu certamente più onesto di lui. Avendo un servitore del ricco mercante Battista Vitale smarriti in sua casa 300 zecchini, egli li fece restituire prontamente, e non volle di ciò lode alcuna. Quanti, che in cospetto del mondo sono assai meno infami dell’Aretino se li sarebbero tenuti!
Non dovendo l’Aretino, secondo la sentenza dei giudici suoi, avere in sè cosa buona, bisogna che anche l’aspetto abbia del cattivo, sia rivelatore dell’interna tristizia. Dice sì l’Ammirato che difficilmente si sarebbe potuto vedere un vecchio più bello, nè più pomposamente vestito; ma, in verità, egli doveva essere un brutto vecchio, per quanto vestito pomposamente, giacchè il viso è specchio dell’anima. Ed ecco qua, per l’appunto, il ritratto dipinto da quel valentuomo del Tiziano. «Figura di lupo che cerca la preda», esclama Francesco de Sanctis. «L’incisore gli formò la cornice di pelle e gambe di lupo, e la testa del lupo assai simile di struttura sta sopra alla testa dell’uomo»[201]. Pare chiaro, tanto più che lo Chasles aveva già fatto prima la stessa, stessissima osservazione[202]; ma per meglio giudicare di questa somiglianza lupina bisognerebbe confrontare gli altri ritratti dell’Aretino: in quello pubblicato ultimamente dal Sinigaglia è assai più facile riconoscere il satiro che non il lupo[203]. Giova ad ogni modo notare che quello dipinto dal Tiziano non produceva nel Franco l’impressione che sembra produrre nei critici moderni. Il Franco ne parla in parecchi de’ suoi sonetti. In uno, toccando della perfetta somiglianza, dice:
Tutte le sue fattezze son ritratte
Dal vero, così queste, come quelle,
E gli occhi son sì veri e le mascelle,
Che non somiglia tanto il latte al latte.
E in un altro, volgendosi allo stesso Tiziano:
Però ch’egli è miracolo che un atto
Gli abbiate dato ch’aggia dell’onesto,