Ciò spiega pure la sua ammirazione sconfinata, il suo amore appassionato per artisti come il Tiziano, che movevano dalla natura per giungere all’arte. Egli stesso vedeva le cose con gli occhi di un pittore, e le impressioni vigorose e vive che riceveva dalla natura lo dispensavano dall’andar ricercando nei libri le impressioni altrui. Noi che abbiam sempre in bocca la natura, la spontaneità del sentimento, la relazion necessaria della poesia con la vita; noi che abbiamo scosso il giogo dei modelli detti insuperabili, banditi i tipi e le forme fisse, bruciate le arti poetiche, e fatte, almeno a parole, tant’altre belle cose, noi non possiamo, senza contraddirci, non riconoscere in Pietro Aretino uno dei nostri.
Da questo bisogno di libertà e di larghezza, sentito non meno vivamente nell’arte che nella vita, si generano nel nostro autore alcune ripugnanze, alcune avversioni di cui è a tener conto, sebbene non sempre le palesi egli stesso. Loda molto in pubblico lo stile dei prosatori gravi e corretti, come il Bembo e monsignor Della Casa, ma si sfoga poi nella intimità dell’amicizia, deridendo i boccaccevoli, burlandosi di quel sonaglio del verbo in ultimo, dicendo che si deve scrivere come il bisogno richiede e l’anima detta. Bella massima, ma da lui stesso poco seguita, e vedremo perchè. Per certi uomini professa palesemente grande ammirazione, ma senza dubbio li ha in uggia nel secreto dell’anima, appunto perchè rappresentano tendenze e dottrine in tutto opposte alle sue. Tali il Bembo e il Varchi, per non citarne altri. E quando egli dice di temere il giudizio del Bembo e di volersi stare in tutto alla sua sentenza[216], mente e si burla di chi gli crede. A tal proposito si vuol notare che l’Aretino si mostra spesso assai buon giudice del valore e delle riputazioni altrui, e che se in moltissimi casi non appar tale, se molti giudizii suoi sono esagerati od erronei, gli è che il più delle volte c’entra di mezzo qualche ragione di utilità e di convenienza. Riconosce che Erasmo «ha islargati i confini de l’umano ingegno»[217]; ma nell’istesso modo leva a cielo taluno di cui persino il nome sarebbe perduto, se egli non l’avesse scritto in capo di una lettera.
Molte altre cose odia l’Aretino. Odia le accademie e i loro ciarlamenti, e pecora giojellata chiama un cavalier Mainoldo, uno di quei fastidiosi recitatori di lezioni accademiche[218] di cui non è ancora spento il seme. Vero è che poi troviamo lui pure socio di più accademie. Odia i rifacimenti, come quello che dell’Orlando Innamorato fece il Berni, giacchè stima infamia «il porsi al viso del nome la mascara de i sudor dei morti»[219]. Odia tutto ciò che sa di vieto e di muffito, ed ha il sentimento della lingua viva come pochi allora mostran d’avere. «Volesse Iddio», scrive a Lodovico Fogliano, «che le prose masticate dalla continua diligenza di molti, fossero così pure e così usate come son le parole, che mentre parlate vi trae di bocca l’uso famigliare della favella». E soggiunge: «Che abbiam noi a fare dei vocaboli usati non si usando più? A me par vedere ser Apollo con le calze a campanile, quando veggio uopo in collo di questa e di quella canzone»[220]. Odia l’infinito stuolo dei cattivi e pessimi poeti che assordavan l’Italia, dolendosi che sino ai maestri di stalla facessero versi[221]. Ma odia sopra ogni altra cosa i pedanti; e ciò si capisce, perchè i pedanti personificano tutte le tendenze avversate da lui. Molti nemici e derisori ebbero i pedanti nel Cinquecento[222], ma nessuno più acerbo dell’Aretino, che, e nelle commedie, e nelle lettere, e in molti altri scritti suoi non lascia di beffarli, di tartassarli e di vituperarli. In una lettera al Marcolino li paragona alle femmine presuntuose e sciocche, le quali sempre vezzeggian sè stesse: «quelle quattro letteruzze ch’essi hanno, sono i belletti, con cui tentano d’abbellirsi il ceffo della fama, che gli pare avere»[223]. Gli chiama goffi; dice che standosi essi sempre confitti negli studii non sanno nemmen d’esser nati: e in un’altra lettera allo stesso Marcolino si ride «di quella assidua pazienza, che tormenta lo stuolo della pedagogaria, che mura il sesso di tali ne gli scanni de gli studi, che i da pochi frequentano lo intero di tutti i dì e la somma di tutte le notti»[224]. Si ride dei Ciceroni salvatichi come se ne rideva Erasmo: si burla di chi, come l’Ubaldino, crepa di studio; e i così fatti, con bella invenzione di vituperio, chiama asini degli altrui libri[225]. Del resto l’Aretino ha della pedanteria, o, se meglio piace, nel caso presente, del pedantismo, un concetto assai più largo, più curioso e più notabile che i suoi contemporanei non abbiano. Per lui, uomo pratico, e tutto del suo mondo, è pedante, non solo chi si sta sempre a cavallo della grammatica, chi insegna ai putti, chi parla un gergo sciagurato che non fu mai vivo, insomma il tipo notissimo della commedia e della novella; ma, in generale, chiunque non sappia veder la vita che traverso le pagine dei libri, chiunque sconoscendo la necessità dei tempi, le opportunità delle cose, in una parola il vivo della storia, pretende di restaurare comechessia l’irrevocabile passato. Perciò la pedanteria non è delle sole lettere, ma della politica ancora e di tutto il resto. «I pedanti,» egli dice, «poichè hanno assassinato i morti, e con le lor fatiche imparato a gracchiare, non riposano fino a tanto che non crocifiggano i vivi. E che sia il vero, la pedanteria avvelenò Medici, la pedanteria scannò il duca Alessandro, la pedanteria ha messo in castello Ravenna e, quel che è peggio, ella ha provocata l’eresia contra la fede nostra per bocca di Lutero pedantissimo»[226]. Lasciamo stare Martin Lutero e il cardinal di Ravenna; ma gli è certo che la pedanteria, intesa a quel modo che s’è notato, ebbe molta parte nel tirannicidio, rimesso dal secolo XVI in onore. Lorenzino de’ Medici si paragonava da sè stesso a Timoleone; Pier Paolo Boscoli sognava di emulare Bruto.
VI.
L’Aretino componeva con somma facilità. Ridendo di coloro che non san mai levarsi dal tavolino, diceva che la sua natura sputava «fuor dello ’ngegno ogni sua cosa in due ore»[227]. E si vantava di non lavorare più di due ore per mattina, e di non aver d’altro bisogno, per compor le sue opere, che di una penna, di un po’ d’inchiostro, di un manipolo di carta. Gli è che egli portava dentro di sè tutto il suo mondo. Negli anni maturi quella grande facilità gli venne scemando, e nel 1537 scriveva a Francesco Dall’Arme: «La vecchiaja mi impigrisce l’ingegno, ed amor che me lo dovria destare, me lo addormenta. Io soleva fare XL stanze per mattina, ora ne metto insieme appena una; in sette mattine composi i Salmi, in dieci la Cortegiana e il Marescalco, in XLVIII i due Dialoghi, in XXX la Vita di Cristo»[228].
È impossibile lavorare in tal modo e raggiungere la perfezione. L’Aretino lo sa, e conosce assai bene ciò che manca alle cose sue, le quali certamente furono ammirate più dagli altri che da lui stesso. Non bisogna badare a certi suoi vantamenti, che hanno sempre uno scopo pratico. Quando non è forzato a decantar la sua merce, il giudizio ch’egli ne dà è giudizio tutt’altro che indulgente. «Dal buono e non da lo assai nasce la gloria de le composizioni», si legge in una lettera a Giovanni Agostino Cazza[229]. Egli sa che piegando l’arte al vantaggio si uccide l’arte, e parla con certa amarezza delle carte che gl’imbratta lo stimolo del disagio, e non lo sprone della fama. Al Bembo scriveva: «A me bisogna trasformare digressioni, metafore e pedagogarie in argani che movano, ed in tanaglie che aprano. Bisognami fare sì che le voci de i miei scritti rompino il sonno de l’altrui avarizia, e quella battezzare invenzione e locuzione che mi reca corone d’auro e non di lauro»[230]. Al duca di Mantova scriveva che del pensiero ch’ei faceva di certo suo componimento era secretario il fuoco[231]. Dal Marcolino, suo compare, fece bruciare tremila stanze del poema di Marfisa[232]. Del titolo di divino, datogli anche dall’Ariosto e da Bernardo Tasso, e largito del resto a molt’altri, si fregiava volentieri, perchè gli cresceva credito, ma era il primo a farsene beffe[233]. Teneva i proprii capitoli superiori a quelli del Berni; ma scemava a sè stesso il merito dell’averli composti giudicando assai severamente, e, bisogna pur dirlo, non malamente, la poesia bernesca, dicendo che «la fama di coloro che invecchiano drieto a lo scriver ciancie da riso è ridicola»[234].
Non è dunque un deficiente sentimento d’arte che spinga l’Aretino a scrivere come scrive; ma, per una parte, certa naturale sua foga, per un’altra il mestiere.
Anzi l’Aretino ebbe sentimento d’arte vivissimo, e quand’altro non ci fosse in favor suo, basterebbe a redimerlo da quella geenna d’infamia in cui fu posto l’amore pien d’entusiasmo che professò tutto il tempo di vita sua per la statua e pel quadro; quell’amore che lo fece, più che amico, fratello al Tiziano; quell’amore che lo spingeva a chiedere con tanta istanza al Buonarroti di quei disegni che dava al fuoco, e a pregare il Vasari di procacciargliene. Ora, questo amore, specie alla pittura, non è senza importanza per noi, che ricerchiam lo scrittore. «Io mi sforzo», diceva l’Aretino al Valdaura, «di ritrarre le nature altrui con la vivacità con che il mirabile Tiziano ritrae questo e quel volto»[235].
E bisogna dire che qualche volta ci riesce, e forse ci sarebbe riuscito sempre, se non fossero state le ragioni di quel maledetto mestiere.
Nell’Aretino ci sono, a dir proprio, due scrittori, assai diversi tra loro, anzi opposti a dirittura: l’uno che scrive per amor di guadagno, mentendo affetti e pensieri, cercando i soggetti utili; l’altro che scrive senza preoccupazioni, abbandonandosi all’impulso geniale di ciò che detta dentro; quello tutto ammanierato, vacuo e falso; questo, vero, naturale, efficacissimo. Leggete ciò che l’Aretino scrive, quando vuol levare a cielo qualcuno di cui veramente non gli cale più che tanto, ma da cui si ripromette vantaggio: ciò che gli esce dalla penna è della peggio retorica che si possa imaginare, e in quelle pagine, gonfie d’iperboli pazze, e tutte chiazzate di metafore strane si sforma l’aspetto delle cose, come si snatura l’indole d’ogni sentimento. È l’Aretino di parata, l’Aretino cui bisogna trasformare digressioni, metafore, e pedagogarie in argani che movano, ed in tanaglie che aprano. Ma leggete ciò che l’Aretino scrive per proprio conto, per isfogar l’animo, per intrattenersi con gli amici più intimi: trovate un tutt’altr’uomo, e c’è da rimaner meravigliati in vedere come lo scrittore ampolloso e affettato, lo scrittore che pareva non potesse dir cosa senza alterarne in qualche modo l’essere, lo scrittore esagerato e iperbolico, riesca un osservatore diligente, un descrittore vero ed efficacissimo di quanto gli sta d’intorno. Veramente egli vede le cose con l’occhio con cui le vedeva il Tiziano, e la visione avuta sa rendere felicemente con la parola, facendo della penna un pennello.