Chè 'l lume di beltate spento avea[334].
Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro; e già Guido Cavalcanti l'aveva detta gentile. Dante, immaginando morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non m'essere villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' stata! or vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto già lo tuo colore». E in verso
Morte, assai dolce ti tegno:
Tu dei omai esser cosa gentile,
Poi che tu se' ne la mia donna stata,
E dei aver pietate e non disdegno.
Vedi che sì desideroso vegno
D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.
Vieni, chè 'l cor te chiede[335].
Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; ma il dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar bella, e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce[336].