Nova, sola, infinita
Felicità che il suo pensier figura;
e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo (per quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora dell'amore e l'ora della morte fann'uno.
Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi, e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio. Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone scrisse: Tota philosophorum vita commentatio mortis est. Seneca, in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte: Nihil mihi videtur turpius quam optare mortem; ma in altra scrittura persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi: Felicissimis mors optanda est. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il fardello della vita[345].
Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente e più intenso. Infelix ego homo, esclama San Paolo, quis me liberabit de corpore mortis hujus? e in altra occasione: Mihi enim vivere Christum est, et mori lucrum: parole ripetute poi da infiniti. E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del martirio?
Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso.
Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile nullità della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente considerata, non meriti d'esser vissuta.
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor . . . . . . . .
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