lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola e disse:
Rien n'est vrai que le beau;
e il Verlaine soggiunge:
Le rare est le bon;
finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: Qu'importe, si le geste est beau? Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, è il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine[529], assoggettando ad essa religione la politica, l'economia, la questione sociale.
Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che non sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino ad un certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella realtà in modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. Perchè, chi avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, sempre sino ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del disonesto, che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; e il simile si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta idea e perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero.
Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, a paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine; e perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre. E ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non parlare se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di eleganza dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro Rinascimento; e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini riprovevolissimi, com'è di Benvenuto Cellini.
Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son due meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè l'uno nè l'altro.
Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano: quella che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto di sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si dà bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non s'infiltri, per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel generalissimo sentimento che noi diciamo della propria conservazione, e che si specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di avversioni, di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova psicologia e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando alla psicologia, tendano risolutamente a negarlo.
Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica dell'estetica tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in noi dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono, ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto più dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva vedere come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, il quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità delle linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti, e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura di quei moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano un senso vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici si sale alle composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede che ogni qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, in questa emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile della vita, della conservazione e di un benessere o malessere nostro[530]. Ma si può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento istintivo della vita, anche un concetto della vita, e un riflesso più o meno largo della coscienza morale. Una fiamma viva che guizzi libera e splendente nell'aria, desta di solito in noi un estetico compiacimento. E perchè? Forse solo per quello splendore che affascina l'occhio? Questo è senza dubbio un fattore di quel compiacimento; ma ce ne sono più altri, e tanti più, quanto più l'anima del riguardante è essa stessa più viva, e, mi si lasci dire così, più flammea. C'è quella nobiltà pronta e continua che ci par segno di libera e incoercibile vita; c'è quel tendere in alto ch'è come un simbolo di elevatezza morale; c'è una immagine di purezza o di purgazione, congiunta a una immagine di potenza. Nella fiamma noi sentiamo in certo modo noi stessi, con molta parte degli affetti, dei ricordi e degl'ideali nostri. Che se, nel punto in cui la guardiamo, ci si affacciasse alla mente il ricordo di un incendio, e dei danni o dei terrori ond'esso ci fu cagione, in quel punto il compiacimento estetico o cesserebbe o scemerebbe di molto. In una parola, il bello e l'utile non possono essere separati in tutto[531].