E ora veniamo alla conclusione.

La reazione letteraria presente, parte di reazione più generale e più vasta, è, come tutte le azioni e reazioni della storia, utile per un verso, dannosa per un altro. Essa ha prodotto sin qui, sarebbe ingiusto il negarlo, più di un buon effetto. Son pochi anni, Emilio Zola scriveva: «J'ai montré que la force d'impulsion du siècle était le naturalisme. Aujourd'hui, cette force s'accentue de plus en plus, se précipite et tout doit lui obéir». «Il est bien évident, en effet, que l'évolution naturaliste va s'élargir de plus en plus, car elle est l'intelligence même du siècle»[533]. La reazione ha sfatate queste speranze di vittorioso e indefinito progresso[534]. Il naturalismo pretese di annichilare la persona dell'artista nella immensità della vita e della natura; la reazione asserì che in arte l'anima dell'artista deve contare, non pur qualche cosa, ma assai, e inclinò, passando il termine del giusto, a considerar l'opera d'arte solo come un segno rivelatore, o un simbolo, dello spirito che la crea. La reazione s'adoperò inoltre a restaurare il senso e il culto della bellezza e dell'arte, e a distogliere lo spirito da quella pura contemplazione storica delle cose umane che potrebbe, a lungo andare, stupefarne la spontaneità e la energia.

Ma la reazione ha prodotto pure, e l'abbiam veduto, più di un effetto cattivo. Essa ha segregato l'arte dalla realtà e dalla vita, le ha scemato moto e vigore, l'ha rituffata in un nuovo bizantinismo, e l'ha distolta dal più vero suo fine, ch'è di far vivere all'uomo, in ispirito, quella più alta, piena ed intensa vita che la realtà da sè sola non può consentirgli. Disse lo Shelley che officio della poesia è ricrear l'universo. Ancora la reazione volle negar la ragione e la scienza; e se l'arte non è un puro esercizio di ragione, come fu creduto un tempo; e se non è quel medesimo che la scienza, come testè si volle far credere, è tuttavia tale che senza l'appoggio e dell'una e dell'altra non si può reggere.

Accennati questi errori suoi e ricordato quanto scarsa ed incerta sia la dottrina con cui s'industriò di fare che paressero verità, si vede subito dove stia la debolezza della reazione presente, e quali probabilità essa si abbia di duraturo successo. Due forze veramente vive e poderose operano ora nel mondo, lo agitano e lo trasformano: la scienza e l'idea sociale. La scienza di cui ingenui avversarii e pii detrattori annunziano il discredito, la bancarotta, la fine, comincia appena, si può dire, l'opera sua moltiforme, e risponde alle accuse e agli scherni disciplinando, beneficando, creando. La idea sociale trascina irresistibilmente a un nuovo assetto le società civili, a un nuovo uso delle umane energie, a una vita nuova. Non faccio pronostici nè congetture circa l'avvenire di quella poesia che s'inspira dell'idea sociale, la riscalda col sentimento, la propugna e la diffonde. Essa è oramai copiosa; ma, bisogna pur confessarlo, di scarso valore artistico[535]. Può darsi ch'essa duri quanto il bisogno che l'ha fatta nascere, e cessi col cessare del turbamento che esprime. Comunque sia, se un'arte ha da vivere nel futuro, non quella certo vivrà che contrasta alle forze massime del mondo moderno, ma quella che saprà armonizzarsi con esse; non quella che si apparta nel sogno, ma quella che si mescolerà con la vita; non quella che rimpiange il passato, ma quella che anticipa l'avvenire. La reazion presente, malgrado suo, non avrà fatto se non ispianare a quell'arte nuova la via.

LETTERATURA DELL'AVVENIRE[536]

I.

I pontefici del realismo sentenziarono: Fuori del nostro canone e della nostra Chiesa non v'è salute per l'arte: la letteratura dell'avvenire, se vorrà vivere, dovrà farsi realista. Il domma, bandito con impareggiabile sicuranza, con provocante scalpore, e con quell'enfasi di linguaggio che sembra volere caparrar la vittoria, s'impose a molti, i quali s'immaginarono essere finalmente entrati in possessione del verbo sacro e indefettibile; ma è, come gli altri dommi tutti, soggetto all'esame e aperto alla critica.

Il realismo di questi ultimi tempi arrecò, senza dubbio, più di un beneficio all'arte in genere e alla letteratura in ispecie, e ha gran torto chi lo nega: l'error suo, spiacente e non perdonabile, fu di volersi accampare, in modo troppo risoluto e troppo impetuoso, come dottrina, armandosi di una intolleranza eccessiva ed astiosa, quale forse non ostentò in egual grado nessuna dottrina passata; vantando una saldezza di fondamenti scientifici, affettando un rigor logico di argomentazione, i quali son cosa assai più di apparenza che di sostanza. Già da molti furono denunciate, insieme con gli eccessi suoi, l'intime e distruttive sue contraddizioni, la inconsistenza di quella che si può chiamare la sua filosofia: prendendo occasione da alcune delle affermazioni più recise e più categoriche de' suoi campioni, io vorrei discutere brevemente, e senza troppo arruffio di ragioni, in queste pagine, i seguenti quesiti: Qual'è la relazione che la letteratura può avere con la scienza? Che sicurezza, o probabilità, c'è che venga a mancare la letteratura detta d'immaginazione? Qual sorte è, presumibilmente, serbata all'idealismo in arte? Quale si può credere che abbia ad essere, in genere, la letteratura dell'avvenire?

Tali quesiti io intendo discutere, non con criterii derivati, come troppo comunemente suol farsi, dal preconcetto, o dal sentimento: ma con criterii di quella luminosa e trionfal dottrina della evoluzione, ch'è la sintesi scientifica e filosofica più compiuta e più alta a cui abbia poggiato insino ad ora lo spirito umano. Se non altro, gli avversarii non potranno rimproverarmi di andare a raccattar gli argomenti in dottrine troppo viete, o non larghe abbastanza. Discorrendo, io mi volgerò, quando all'arte in generale, quando alla letteratura in particolare, secondo dal bisogno o dall'opportunità mi sarà consigliato, e com'anche richiede quell'indissolubile nodo che stringe tutte insieme le arti; ma s'abbia presente che la letteratura, e le varie sue forme, saranno sempre, espresso o sottinteso, il tema mio principale.

II.