[78]. Anche lo Scott, nell'Essay on the Drama, combattè le unità, ma quanto più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni!
[79]. Opere varie, pp. 413-14.
[80]. Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare profusamente nella Biblioteca italiana il Manzoni e biasimare i romantici.
[81]. Epistolario, vol. I, p. 477.
[82]. Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. Epistolario, vol. II, p. 177.
[83]. Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. Epistolario, vol. I, p. 124; Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie, p. 425.
[84]. Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella Nuova Antologia, Serie III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e brevi giunte.
[85]. Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del Manzoni che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel passaggio dell'animo dell'Innominato dall'un grado all'altro, e pure scusandosi dell'ardimento grande, non si tenne dal suggerire quello che a parer suo andava fatto (Ispirazione e arte, Firenze, 1858, pp. 12-13).
[86]. Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la fede in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio di una notte il filosofo francese Jouffroy s'avvide d'aver perduto ogni credenza. Vedi pel fenomeno in genere Ribot, La psychologie des sentiments, Parigi, 1896, pp. 400-3.
[87]. Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato Due parole sull'Innominato, che Francesco D'Ovidio pubblicò nella Illustrazione Italiana del 27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa parecchie ottime osservazioni, che per la più parte corroborano le mie; ma su di un punto formalmente mi contraddice, e cioè su questo punto del miracolo. Egli nega che il Manzoni supponesse miracolo alcuno nella conversione dell'Innominato, e reca in prova alcune parole del Manzoni stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto. Dopo averci pensato su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione. Tutto sta intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che il Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo il sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra banda che un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi senza l'ajuto divino; che la dottrina cattolica della predestinazione e della grazia non concede all'uomo abbandonato a sè medesimo altra libertà che la libertà di fare il male; che ogni cristiano schietto riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono; che se è vero il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu un miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di quel richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera al Trechi, 29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del miracolo grossolano e ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino, e negar fede alle apparizioni di Caterina Labourè; ma poteva anche credere a un miracolo che salvasse il Grossi (Cantù, Alessandro Manzoni, reminiscenze, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1). Perciò non posso accordarmi in tutto nemmeno col De Sanctis, il quale scrisse, (I Promessi Sposi, studio critico): «Si vegga con quanta industria il poeta, un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo della Madonna, riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»; e soggiunse poi che il miracolo è affatto estraneo allo spirito del Manzoni. Il Manzoni descrisse, sì, accuratamente il fenomeno psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che Dio avesse tocco il cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani di guerra, che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano da Dio di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un Te Deum. Del resto il miracolo è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri servi». «Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non ve lo sentite in cuore che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira.....?». Dio, dice il cardinale, vuol fare dell'Innominato un segno della sua potenza e della sua bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva il Manzoni pensare diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa appunto il miracolo?